IV GAMMA: NEL REGNO UNITO UN LIBRO ATTACCA IL COMPARTO

L’ultimo in ordine cronologico dei numerosi "attacchi" ai prodotti di IV gamma arriva dall’Inghilterra, dove è recentemente stato pubblicato il libro dal titolo “Swallow This: Seriving Up The Food Industry’s Darkest Secrets”, della giornalista d’inchiesta Joanna Blythman, che si propone di svelare i “segreti più oscuri” dell’industria dei cibi “ready-to-eat”.

Secondo la giornalista, l’acqua con cui vengono lavate la frutta e la verdura destinate alla trasformazione conterrebbe nella maggior parte dei casi i cosiddetti alfa e beta idrossiacidi, ovvero gli acidi della frutta che promuovono la proliferazione dei batteri. Il cloro, invece, aggiunto come disinfettante per mantenere pulita l’acqua all’interno delle cisterne priverebbe il prodotto delle sue principali sostanze nutritive.

In particolare, “queste sostanze – spiega Blythman – abbassano sensibilmente i livelli delle vitamine A, C e E, importanti per mantenere sano il sistema immunitario, e dei folati, che giocano un ruolo fondamentale nella prevenzione dei difetti congeniti”.

E nel replicare a coloro che in difesa del comparto citano pratiche innocue per le qualità nutrizionali degli alimenti, come l’utilizzo di enzimi per trattare i prodotti o di confezioni ad atmosfera modificata (MAP), la giornalista sostiene che il solo “sminuzzare le verdure provoca un fenomeno che gli scienziati chiamano dei ‘tessuti feriti’, tale per cui il prodotto tagliato si deteriora più velocemente rispetto a quello lasciato intatto”.

Lo scorso anno, il comparto ortofrutticolo nel Regno Unito ha fatturato 16 miliardi di sterline. Di questi, le vendite della cosiddetta frutta e verdura di IV gamma hanno raggiunto circa 1 miliardo di sterline. In base a quanto emerso da un sondaggio di Mintel, ogni settimana un adulto su cinque acquista almeno una porzione di ortofrutta pronta al consumo e la stessa percentuale (20%) sceglie un prodotto pronto da cuocere, come carote affettate o cipolle tritate. Tale cifra raddoppia nel caso delle insalate in busta. Il consumatore tipo di questa categoria merceologica ha un’età inferiore a 45 anni e può indistintamente essere un single dalla vita frenetica o avere famiglia e dover affrontare i numerosi impegni; ad accomunarli è il desiderio di mangiare sano risparmiando tempo. Per verificare concretamente se quanto asserito nel libro corrispondesse effettivamente alla realtà, Tom Rawstorne del Daily Mail ha fatto analizzare 20 prodotti appartenenti alle categorie dei “ready-to-eat”, dei “ready-to-cook” e delle “insalate in busta” scelti a caso tra gli scaffali delle diverse catene di distribuzione inglesi. I test indagavano sui livelli di vitamina C presenti nei campioni comparati con quelli contenuti negli stessi prodotti non sottoposti ad alcun processo di trasformazione.

Dai risultati è emerso che nella maggior parte dei casi la presenza di vitamina C – ritenuto un buon indicatore di freschezza – nelle confezioni di ortofrutta trasformata era di molto inferiore. Un copione monotono che si ripeteva per i baby spinaci proposti da Waitrose (con 2,8 mg per 100 gr, il 10% in meno rispetto al prodotto non imbustato), per la rucola di M&S (84% in meno) e per le mele a fette di Tesco e Sainsbury’s (1 mg per 100 gr, molto inferiore rispetto alla mela intera che ne contiene 6 mg). Curiosamente però in alcuni prodotti testati è stata trovata più vitamina C di quanto ci si sarebbe aspettato. L’ananas proposta da Tesco, per esempio, conteneva quattro volte il valore di riferimento. Una partita a quanto pare ancora molto aperta, che non risparmia colpi tra chi opera nel comparto e chi è fervente sostenitore della non salubrità dei prodotti preparati. Per ora però sembra che il consumatore – vero giudice della gara – stia dando ragione al servizio offerto dai prodotti di IV gamma.

Chiara Brandi