ORTOFRUTTA IGP? IL MARCHIO CONTA POCO, CONTANO GLI UOMINI

Bravo Marco Eleuteri. Il dinamico direttore commerciale di Aop Armonia (e premiato dal Corriere Ortofrutticolo tra i Protagonisti 2014) conversando con Mirko Aldinucci di Italiafruit.net ha detto quello che molti pensano in privato ma che non dicono in pubblico, perché anche nel mondo dell’ortofrutta vige il politically correct.

 

E cioè che l’Igp, almeno nel settore ortofrutticolo, "non garantisce né tutela nulla", e si configura come "una sorta di truffa legalizzata al consumatore che, non essendo stupido, ripaga acquistandone e consumandone sempre meno". Insomma un marchio vuoto, e come tale viene percepito (o non-percepito) dal consumatore che invece riconosce altri valori: la qualità organolettica, il rapporto valore-prezzo. Ad avvalorare l’analisi spietata ma corretta, basterebbe ricordare la crisi ormai quasi ciclica di prodotti di massa come pesche/nettarine e pere che pur coperte dal marchietto Igp (in minima parte della produzione) sono andate incontro a crisi di mercato e prezzo devastanti.

E’ vero che Nomisma ci ricorda sempre che il marchio Igp non ha valore commerciale ma serve solo come tutela da contraffazioni e imitazioni, ma andatelo a spiegare a tutti quelli che ogni giorno si riempiono la bocca con il racconto delle nostre ‘eccellenze’, quando tante di queste eccellenze a marchio sul mercato quasi non esistono.

I produttori, che non sono stupidi, capiscono subito quando dietro un marchio non c’è niente. E infatti nel caso dell’ortofrutta Igp le percentuali di prodotto bollinato sono quasi sempre insignificanti rispetto al totale della produzione mentre sono i marchi commerciali delle singole imprese/consorzi e soprattutto la qualità del prodotto a fare la differenza e trainare le scelte dei consumatori.

E comunque quello che fa premio su tutto è il cosiddetto ‘fattore umano’, la qualità e l’impegno degli uomini e le loro capacità manageriali. Dai un grande prodotto in mano a uomini poco capaci, e il nulla è garantito. Parliamo di Igp, dove il rapporto col territorio di origine è molto blando. Diverso è il caso dei prodotti Dop, anche se anche qui vale il discorso generale: troppi marchi, troppe denominazioni chieste e ottenute solo per la smania di questo o quell’assessore di appuntarsi una medaglietta sul petto. Troppi disciplinari, troppe denominazioni senza massa critica e strategie effettive di marketing e valorizzazione. Così ci si condanna al nanismo economico-organizzativo, a un orizzonte limitato ai mercati locali, a una dimensione di testimonianza territoriale importante sì ma che nulla ha a che fare con la difesa del made in Italy e soprattutto con la necessità di esportarlo in giro per il mondo. Il problema è che una volta ottenuto il marchietto blu dell’Europa, assessori e politici non si occupano più di cosa c’è dietro quel bollino, se serve o no, se i produttori aderiscono o no, e per quali motivi.

L’Igp è solo uno strumento, non il passaporto per il successo commerciale. La qualità del made in Italy si difende certamente con i controlli a valle ma anche a monte, rendendo più stringenti norme e regole per ottenere i marchi, e soprattutto per far sì che siano orientati al mercato e non espressione di pura testimonianza.

Lorenzo Frassoldati

direttore del Corriee Ortofrutticolo