PER IL FOOD EXPORT RECORD A 40 MILIARDI, MA LA STRADA È ANCORA LUNGA. E IL MINISTERO È LATITANTE

Nomisma comunica che da sue stime nel 2017 l’export agroalimentare “oltrepasserà i 40 miliardi di euro, grazie ad una crescita superiore al 6% rispetto all’anno precedente”. A spingere verso questo nuovo record sono le esportazioni dei prodotti simbolo del “Made in Italy” alimentare, vale a dire vino, salumi e formaggi e ortofrutta. I tassi di crescita più alti si registrano sui mercati dei Paesi extra-Ue, che pure rappresentano ancora meno del 35% dell’export totale. In evidenza Russia e Cina nonostante l’embargo e mille problemi logistici. “L’aumento dell’export unito ad un consolidamento della ripresa dei consumi alimentari sul mercato nazionale (+1,1% le vendite alimentari nei primi 9 mesi di quest’anno rispetto allo stesso periodo del 2016) prefigurano un 2017 all’insegna della crescita economica per le imprese della filiera agroalimentare” dichiara Denis Pantini, Responsabile Area Agroalimentare di Nomisma.

Insomma buone notizie, che però finiscono qui. Infatti Nomisma allega due tabelle che rappresentano: la prima, la graduatoria dei Paesi top exporter nel mondo nell’agroalimentare, e la seconda l’export italiano diviso per regione.

Così apprendiamo che ad esportare più di noi sono, nell’ordine: Usa, Olanda, Germania, Cina, Brasile, Francia, Spagna e Canada. Insomma arriviamo al nono posto e ci fa amarezza vedere che la Spagna ci sopravanza di quasi 10 miliardi di euro, grazie in primis all’ortofrutta. Insomma, siamo tornati nel gruppo di testa ma di strada ne abbiamo ancora molta da fare per raggiungere il traguardo dei 50 miliardi entro il 2020, obiettivo più volte conclamato dal Governo.

Poi la divisione regionale dell’export premia appena 4 regioni del Nord che da sole fanno il 60% dell’export totale: Veneto, Lombardia, Emilia Romagna e Piemonte, mentre al contrario tutto il Sud del Paese incide per meno del 20%. In sostanza: l’export premia le aree dove le imprese sono più dimensionate e dove le reti infrastrutturali sono più sviluppate, mentre penalizza il Sud dove trionfano frammentazione e disgregazione, anche se qui si fa la maggioranza della produzione ortofrutticola.

È l’ennesima prova provata che ai fini dell’export non è vero che piccolo è bello, che servono dimensioni, massa critica, alleanze commerciali, reti di imprese, chi ha capacità innovativa, ecc.

Questi dati smentiscono chi ancora oggi parla dell’utilità di dazi e barriere e i nostalgici del protezionismo. Ho letto una intervista del responsabile agricolo di 5 Stelle. C’è da rabbrividire: nessun cenno alle imprese che esportano, solo filiera corta, lotta alle agromafie, all’agropirateria, no agli accordi internazionali, bla-bla-bla. Un fritto misto di banalità e luoghi comuni. Allora decidiamo: vogliamo spingere sull’export o no? Vogliamo aiutare sul serio chi esporta o no? Il Pd, eterno Amleto della politica italiana, dovrà schierarsi prima o poi. L’ortofrutta finora ha fatto da sola e nonostante un Ministero latitante ha ottenuto risultati egregi grazie all’attivismo e al dinamismo delle imprese. Ma ci chiediamo come giudicare un Ministero che annuncia un tavolo Ortofrutta per settembre e siamo già quasi a Natale senza aver battuto un colpo. Un Ministero che non fa da traino alle trattative per aprire nuovi mercati, per abbattere le barriere fitosanitarie, che non agevola il lavoro delle imprese. Il ministro fa anche il vicesegretario del Pd e capiamo , come si dice a Napoli, che sta ‘inguaiato’. Però arrivare alle elezioni in queste condizioni è avvilente. Ma il sistema ortofrutta, ovvero le rappresentanze a vario titolo del comparto, non hanno niente da dire?

Lorenzo Frassoldati

direttore del Corriere Ortofrutticolo