RAPPORTO COOP: TUTTI I TEMI SU CUI RIFLETTERE

Il Rapporto COOP da oltre un trentennio indaga l’economia, consumi e stili di vita degli italiani e fa il punto sull’evoluzione del sistema distributivo a livello nazionale ed europeo. Curato dall’Ufficio Studi dell’Associazione Nazionale Cooperative di Consumatori (Ancc-Coop) con la collaborazione scientifica delle principali società di ricerca economica del panorama nazionale, il Rapporto è uscito puntualmente a fine 2017. Dato il suo interesse, ne riportiamo un’ampia sintesi per i nostri lettori curata dalla nostra redazione per il numero 1/2018 del Corriere Ortofrutticolo.

UN 2017 DI PICCOLA RIPRESA

L’anno che è alle nostre spalle ha riservato sorprese positive, e si chiuso assai meglio di come si era annunciato. Una piccola ripresa, pur non percettibile in tutti i territori e gli stati sociali, c’è stata. Sostenuta soprattutto dalle famiglie, ma anche dai primi segnali di risveglio degli investimenti.

L’economia ha fatto segnare una inattesa accelerazione, misurata dalla progressiva revisione al rialzo della crescita del PIL. Le politiche economiche, i tassi di interesse quasi nulli, la bassa inflazione e il traino della ripresa globale hanno offerto esiti inaspettati, e alimentato la fiducia delle famiglie e delle imprese. Si è determinata una combinazione particolarmente favorevole alla crescita dI tutta l’area euro: recupero del commercio mondiale, euro debole, bassi prezzi del petrolio, tassi d’interesse a zero e borse in crescita.

I consumi delle famiglie hanno tenuto, andando anche oltre quanto l’evoluzione dei redditi avrebbe giustificato. Gli investimenti sembrano ripartire sostenuti dagli incentivi fiscali, soprattutto quelli “Industria 4.0”, recentemente estesi al 2018.

NUOVI STILI DI VITA

Gli italiani sono alla ricerca di un rinnovato sistema di valori e nuovi stili di vita. Crescono rapidamente i seguaci delle nuove pratiche spirituali (lo yoga, il buddismo, le varie forme di meditazione), soprattutto quelle che non hanno prescrizioni vincolanti, ma sono un modo di interpretare la vita e sentirsi in armonia con il se stessi e il mondo circostante. Più in generale, gli italiani sono concentrati sul proprio benessere individuale e sembrano progressivamente estendere la loro attenzione alle comunità di appartenenza e al contesto territoriale e ambientale in cui vivono. La salute diviene una vera e propria ossessione, sopratutto a tavola, ma cresce repentinamente anche la pratica sportiva e per la prima volta si manifesta un diffuso interesse per l’ambiente e gli effetti del cambiamento climatico. Allo stesso tempo, gli italiani sono alla ricerca di soluzioni che creino maggiore valore e semplifichino la vita quotidiana.

Cambia il contenuto dei consumi delle famiglie italiane, che tendono a concentrarsi sempre più sui beni durevoli e sui servizi. La sostituzione dell’auto rimane in questi anni il principale investimento delle famiglie, ma il suo utilizzo negli spostamenti quotidiani si riduce repentinamente (-8% in un solo anno). Crescono le diverse forme di mobilità dolce e gli italiani si spostano sempre più a piedi, in bici e con i mezzi pubblici. La de-motorizzazione sembra avviata, soprattutto nei centri metropolitani più avanzati.

Dopo l’auto, la spesa degli italiani si indirizza verso il tempo libero e la cura di sé; viaggi e vacanze, intrattenimento e cultura, estetica e benessere individuale sono i comparti di spesa in più rapida crescita. Il cibo, come sempre, rimane metafora del cambiamento degli italiani e oggi ne rappresenta al meglio la nuova identità e i nuovi valori. Dopo oltre un decennio di progressiva sottrazione di valore, nel 2017 si interrompe il cosiddetto down-grading del carrello e gli italiani tornano cautamente ad investire sui loro acquisti alimentari. Il cibo è sempre più terapia e leva fondamenta del benessere. Medici e naturopagi sono i nuovi guru alimentari degli italiani, scalzando nell’immaginario collettivo il ruolo della tradizione territoriale e della proposta di produttori e distributori.

La ripresa delle vendite dei prodotti alimentari è favorita quasi esclusivamente dai nuovi prodotti, mentre quelli già in assortimento segnano un significativo regresso. Il cibo quindi acquisisce alcune delle componenti immateriali della moda e ne mutua parimenti alcuni comportamenti di acquisto. Nell’ultimo anno le vendite della distribuzione moderna hanno messo a segno una delle migliori performance dell’ultimo decennio. Anche grazie al clima ‘estremo’ del 2017, il più secco degli ultimi due secoli, che ha unito copiose precipitazioni nevose a inizio d’anno e una estate torrida. Ne hanno beneficiato le vendite di bevande e prodotti freschi, come la frutta, gli ortaggi e i gelati. Tale fenomeno congiunturale si è sommato alla rinnovata attenzione delle famiglie alla qualità alimentare, con il minore ricorso alle promozioni, la tenuta delle quantità e la lieve ripresa del valore del carrello.

Gli esiti, per molti versi inattesi e positivi del 2017, sembrano infondere un relativo, cauto, ottimismo anche per il nuovo anno.

GLI IMMIGRATI

Le economie emergenti hanno ridotto il ritardo rispetto alle economie avanzate: se nel 1980 il livello medio del reddito pro capite dei Paesi emergenti era pari al 15% di quello delle economie avanzate, oggigiorno tale rapporto sfiora il 25%. Il recupero non è però condiviso da tutti i Paesi in via di sviluppo: il PIL pro capite nell’area dell’Africa sub-sahariana è ancora pari all’8% di quello delle economie avanzate. In aggiunta, in quest’area la speranza di vita alla nascita è ancora molto bassa, intorno ai 50 anni, trent’anni in meno rispetto ai Paesi europei.

Pesano molto le dinamiche demografiche. Negli ultimi vent’anni la popolazione nei Paesi UE è rimasta sostanzialmente stabile (dai 480 milioni della metà degli anni ‘90 ai 510 milioni attuali). In Africa nello stesso periodo è cresciuta a un tasso medio del 2,5%, passando da 720 milioni a quasi un miliardo e 200 milioni di persone. La presenza di ampie aree, soprattutto nel continente africano, in cui sono ancora negate le condizioni minime per la sopravvivenza, è una delle grandi contraddizioni dei nostri tempi. Le condizioni di povertà dei Paesi africani hanno connotazioni paradossali soprattutto nei casi in cui queste economie sono in possesso di risorse naturali, il cui sfruttamento genera ritorni economici che non vengono distribuiti alle popolazioni locali. Alle condizioni di deprivazione materiale che affliggono queste popolazioni, si aggiungono anche i casi di conflitti, che inducono le popolazioni a fuggire dai rischi della guerra. E non è, quindi, un caso che diversi di questi Paesi costituiscono le aree di provenienza di una quota importante degli imponenti flussi migratori diretti verso l’Europa e il nostro Paese.

RIPARTONO I CONSUMI 

Per il terzo anno di fila, nel 2017 la spesa per consumi delle famiglie ha messo a segno un piccolo progresso: prendendo in considerazione l’ultimo consuntivo disponibile, relativo al 2016, si desume un progresso che in media nazionale vale circa 30 euro che, in un contesto di prezzi fermi o cedenti, è integralmente da attribuire ad un incremento delle quantità acquistate. L’incremento osservato (+1%) suggerisce una fase di con- solidamente dei consumi interni che nelle dimensioni appare coerente con i fondamentali della congiuntura delle famiglie (recupero dei redditi, rasserenamento del mercato del lavoro, risalita della fiducia di consumatori ed operatori economici). Rispetto allo scorso anno, tuttavia, non mancano le novità, a partire dalla localizzazione geografica del fenomeno in atto: contrariamente a quanto ci si potrebbe attendere, l’espansione della spesa per consumi risulta infatti più accentuata al Sud (+1,6%) e nelle Isole (+2,7%), segno che le famiglie avvertono il desiderio di guardare al futuro con minore timore ed ap- pressione, soprattutto in quelle aree colpite negli anni passati dalle maggiori difficoltà.

Il 2017 è stato un anno caratterizzato da una battuta d’arresto del potere d’acquisto delle famiglie. In termini reali il reddito disponibile ha ristagnato, registrando una variazione prossima a zero. Questo comporta che la crescita dei consumi, che ha sfiorato l’1,5%, è stata finanziata anche attraverso una contrazione del saggio di risparmio. Tale andamento costituisce un’ipoteca che pesa sulle prospettive della attuale fase di ripresa: sebbene vi siano le premesse per un aumento del potere d’acquisto delle famiglie, che dovrebbe raggiungere ritmi di crescita prossimi all’1% nel 2018, e confermarli nel 2019, occorrerà una ulteriore diminuzione del saggio di risparmio per mantenere nel 2018 la crescita dei consumi sugli stessi ritmi del 2017.

Tra i fattori che hanno sostenuto la propensione al consumo delle famiglie italiane negli ultimi due anni vi è probabilmente il ciclo dei beni durevoli, finanziato in buona misura attraverso una ripresa del credito al consumo, sostenuta dall’aumento della disponibilità di prestiti destinati alle famiglie.

COSA CAMBIA SULLA TAVOLA

Continua a cambiare la tavola degli italiani: meno carne rossa, grassi e carboidrati. Frutta e verdura diventano centra- li nella dieta, mentre si abbandonano progressivamente pasta e pane. Il grande caldo spinge il fatturato della Distribuzione Moderna, soprattutto grazie al contributo di bevande, prodotti freschi e surgelati, mentre nel carrello degli italiani si riaffacciano maggiori quantità.

L’elemento emergente è dato dal miglioramento qualitativo della spesa delle famiglie. Il 2017 segna sotto questo punto di vista un vero e proprio punto di svolta: si riducono le vendite dei prodotti in promozione e il mix di acquisti si sposta verso prodotti a maggiore valore aggiunto. In linea con le tendenze più recenti, il carrello degli italiani si riempie di salute e benessere, mentre continua il boom dell’etnico e si consolida la riscoperta del piatto pronto, grazie al miglioramento del mercato del lavoro che porta a restringere i tempi dedicati alla preparazione, anche in modalità ‘food delivery’ (consegna a domicilio).

In termini di apporto calorico, i consumi attuali pro-capite valgono poco meno di 3.600 chilocalorie giornaliere, circa il doppio del reale fabbisogno suggerito dai nutrizionisti, un valore che risulta il più elevato d’Europa alle spalle degli Stati Uniti: un livello simile a quello registrato negli anni Novanta ma già in riduzione rispetto ai massimi toccati nei primi anni Duemila (-1,3%).

Il cambiamento più radicale comunque si rintraccia nei consumi di carne: secondo le ultime statistiche disponibili, per la prima volta dal dopoguerra i consumi di carni bianche hanno raggiunto in quantità quelli di carni rosse. Alcuni dati fotografano la portata del fenomeno: le quantità consumate di carni bovine hanno ceduto il 30% rispetto agli anni Ottanta, mentre quelle di pollo sono cresciute, beneficiando di un tipico effetto di sostituzione. Oggi si mangiano circa 50 grammi al giorno di carni bianche ed altrettanti di carni rosse: trenta anni fa si mangiavano circa 20 grammi al giorno di carni rosse in più, l’equivalente di 7 chilogrammi in più all’anno.

Un altro elemento fondamentale è quello che riguarda la centralità che nell’alimentazione ha assunto il consumo di frutta e verdura (+10% in confronto agli anni Sessanta). Alcune indagini qualitative hanno inoltre documentato la diffusione di nuove modalità di consumo di frutta e verdura: insieme alla penetrazione degli stili vegetariani e vegani, giova sottolineare che è rapidamente cambiato il loro valore nell’alimentazione e nella dieta degli italiani. La frutta, ad esempio, è passata dall’essere il dessert, il piatto di chiusura del pasto all’ingrediente ideale per lo spuntino di metà mattina o la merenda del pomeriggio, mentre la verdura è stata oggetto di una evoluzione che l’ha portata ad essere un piatto unico per pranzo o cena in luogo del semplice contorno, dell’accompagnamento alla portata principale. La diffusione di stili alimentari più salutari è abbastanza trasversale: l’assunzione di bevande alcoliche, altro prodotto segnaletico, è oggi scesa a meno della metà rispetto agli anni Settanta.

Pur perdendo il ruolo di traino sull’intero assortimento che aveva esercitato lo scorso anno, il reparto del fresco confezionato sperimenta un progresso rispetto ai ritmi registrati nel primo semestre del 2016: il fatturato è cresciuto del 3,8%, mentre le quantità si fermano poco sopra il punto percentuale.

Diverse sono le ragioni alla base di questa tendenza, a partire da una ricomposizione dell’offerta distributiva (si continua ad assistere ad un effetto sostituzione tra i banchi serviti del freschissimo e quelli a peso imposto senza personale dedicato), cui si somma uno spostamento dei comportamenti dei consumatori verso l’acquisto di prodotti in confezione, in grado di garantire allo stesso tempo maggiore praticità, minore deperibilità ed un significativo contenimento degli sprechi. Non meno rilevante è stata l’attenzione riservata dalle private label alle merceologie confezionate fresche, un cambiamento di strategia commerciale che si è concretizzato in un ampliamento delle superfici e delle quote assorti- mentali. Tenuto conto del valore del giro d’affari, a marcare le performance migliori risultano nello specifico salumi e formaggi, che nei primi sei mesi del 2017 hanno complessivamente movimentato circa il 50% dell’intero fatturato del reparto.

LE MOLTE ITALIE DEL CIBO

La spesa alimentare, al pari di molte altre aree del consumo, sperimenta marcate differenze da Nord a Sud, scendendo lungo l’asse dello stivale. L’assunzione di cibo è infatti influenzata da una pluralità di variabili: abitudini, gusti e preferenze per l’autoproduzione e l’autoconsumo tendono a spiegare larga parte degli scostamenti che sono rinvenibili nelle statistiche sulla spesa.

Una prima dimensione di analisi, che racchiude e sintetizza numerosi aspetti culturali, ha a che vedere con l’appartenenza geografica: misurato in termini relativi come incidenza sul totale, il budget destinato a cibo e bevande nelle Regioni del Sud risulta più elevato rispetto a quelle del Centro e del Nord Italia. Nel Mezzogiorno, dove il costo della vita è tipicamente più contenuto, si spendono in media 461 euro al mese per soddisfare il fabbisogno alimentare di una famiglia, soltanto 8 euro in meno rispetto a coloro che risiedono nelle Regioni del Nord-Ovest. Scendendo nel dettaglio delle diverse regioni, la Valle d’Aosta si conferma la regione con il livello di spesa più elevato (548 euro/mese), seguita da Piemonte (522 euro) e Campania (498 euro). All’opposto, la Regione dove si spende meno in alimentazione è la Calabria (385 euro), a seguire Abruzzo (396 euro) e Lazio (400 euro).

IL CIBO CHE PIACE

Una spesa più varia, ricca e multietnica, con un occhio alla comodità ed alla praticità della preparazione ed uno alla salute, anche a scapito del portafoglio: nel corso della prima metà del 2017 gli acquisti delle famiglie manifestano chiari segnali di consolidamento intorno ai valori e agli attributi che hanno qualificato le tendenze emergenti negli anni recenti.

Il miglioramento della salute dei bilanci familiari e la più ampia partecipazione al mercato del lavoro, insieme ad una maggiore attenzione alla qualità dei prodotti ed alle caratteristiche degli ingredienti, si rispecchiano nelle preferenze di spesa che gli italiani esplicitano al momento dell’acquisto. Raggruppando infatti tutte le referenze presenti in assortimento in ‘carrelli della spesa’, ovvero in linee merceologiche omogenee per caratteristiche funzionali, è possibile effettuare una valutazione dei fenomeni.

Il primo elemento che merita attenzione ha a che vedere con l’arretramento del carrello degli ingredienti di base, giunto nel 2017 al sesto anno consecutivo di flessione: si tratta di tutti i prodotti fondamentali della dieta mediterranea tradizionale (pasta secca, passata di pomodoro, latte, olio di oliva, riso, legumi) che tendono a conciliarsi con difficoltà ai tempi della preparazione del cibo, al piacere di sperimentare alimenti nuovi, alla necessità di variare con più frequenza la dieta e di aderire a stili alimentari diversi dal passato.

A crescere in misura più accentuata è il carrello del ‘lusso’ (+8% in volume nel primo semestre dell’anno), ovvero quello che include i prodotti a maggiore valore unitario (filetti di pesce, funghi, caffè in capsule, vini doc e spumanti): una tendenza coerente sia con la presenza di vincoli di bilancio meno stringenti per le famiglie, sia con la crescente rilevanza dell’alimentazione come nuova frontiera del lusso documentata anche in questo lavoro (le preferenze si orientano più frequentemente verso i prodotti made in Italy e quelli a marchio certificato DOP, DOC e IGP).

Insieme ai prodotti con un più elevato contenuto qualitativo, mostrano un consolidamento anche il carrello dell’etnico e quello del pronto, in crescita nei primi sei mesi dell’anno in una misura pari al 6,9%. Da una parte, il contributo degli immigrati ed il più ampio fenomeno di globalizzazione dei consumi ha determinato una contaminazione con culture culinarie straniere: tra gli altri, si è registrato un aumento del consumo di sushi, cous-cous, kebab, bistecca algerina e jamon iberico (secondo l’agenzia National Restaurant Association, nel 2017 crescerà sensibilmente il consumo di alimenti provenienti dal continente africano). Dall’altra, recuperano posizioni nelle preferenze dei consumatori i piatti a maggiore contenuto di servizio (zuppe, risotti, preparati e condimenti), merceologie in grado di rispondere all’esigenza di abbreviare i tempi della preparazione dei pasti tra le mura domestiche (tipicamente i piatti pronti sono oggetto di performance positive nelle fasi di miglioramento del mercato del lavoro).

Si conferma d’altra parte il successo del filone del benessere (+5%), che insieme a quello del servizio, spiega circa la metà dell’aumento dei volumi registrato nella prima metà del 2017. In particolare, per la componente del benessere i maggiori incrementi si sono registrati nelle vendite dei prodotti senza glutine, mentre per quanto riguarda il segmento del servizio sono stati i tramezzini e le zuppe pronte a determinarne l’aumento più consistente.

Il gradimento dei consumatori per queste merceologie si coglie a chiare lettere dall’analisi dei top e bottom performer delle vendite totalizzate nei primi sei mesi dell’anno presso i punti vendita della Distribuzione Moderna. L’esame dei micro dati consente infatti di cogliere un apprezzabile effetto sostituzione, uno spostamento verso le varianti più salutari dei prodotti della tradizione: cede terreno, ad esempio, il consumo di latte fresco in favore di quello ad alta digeribilità, così come quello delle uova da galline allevate in batteria a favore di quelle a terra. Il pasto più colpito dai trend emergenti è certamente la colazione: in poco più di quattro anni i prodotti classici della prima colazione (latte, biscotti e merendine) hanno subìto un ridimensionamento del fatturato del 10% a favore di bevande vegetali ed alta digeribilità, yogurt magro e greco, fette biscottate e biscotti arricchiti di vitamine.

Rientra in questa tendenza anche l’affermazione del biologico e del consumo di prodotti di origine locale, per il quale gli italiani nutrono una vera e propria passione (con una incidenza pari rispettivamente al 40% e al 70% dei consumatori, siamo i primi in Europa per preferenza di acquisto). In termini di valore di mercato, il giro d’affari messo a segno dal biologico nel corso dei primi mesi dell’anno si è portato in prossimità del miliardo e mezzo di euro, con una crescita a doppia cifra (+16%).

Medesimo discorso vale per alcune specifiche categorie di referenze, come i prodotti integrali (+4,8%) o ancora quelli che abbiamo definito come i ‘ rodotti con’ (con Omega 3 e con fibre) e soprattutto come i ‘prodotti senza’: senza lattosio (+3%), senza glutine (+16,8%), olio di palma e zuccheri aggiunti.

AL RISTORANTE

L’offerta di ristorazione si sta progressivamente adeguando, seppure con più gradualità rispetto ad altri Paesi: secondo le più recenti stime, in Italia si contano circa 7 ristoranti vegetariani/vegani ogni milione di abitanti, un rapporto in linea con la Spagna (6,8) ma significativamente distante dalla Germania, che si segnala invece come il Paese europeo più veg-friendly (9,5).

Anche la modalità con cui gli italiani scelgono il ristorante è emblematica delle nuove tendenze: il passaparola di amici e parenti resta il motivo principale che spinge i consumatori a provare un nuovo ristorante (in due casi su tre il consiglio e l’esperienza diretta dei propri conoscenti risulta fondamentale), ma l’apertura alle novità è tale che quasi il 60% degli intervistati si affida alle recensioni online sui portali dedicati.

Insieme ad una crescente specializzazione dei servizi di ristorazione, uno dei fenomeni più rilevanti ha a che vedere con la pratica di trasferire dentro la mura domestiche le preparazioni professionali: si ordina via web direttamente dallo smartphone e si mangia a casa, una soluzione che unisce gusto e praticità anche per i palati più esigenti. Lo sviluppo di piattaforme dedicate per le consegne a domicilio (Foodora, Deliveroo, Just Eat, Uber Eats e più di recente anche Amazon, solo per citare le esperienze di maggior successo) ha infatti contribuito al boom del settore del food delivery. Basta chiedere, con un click sull’app o sul sito, e ogni desiderio viene esaudito: dal sushi all’hamburger, dalla pizza alla lasagna. In Italia, il giro d’affari è stimato nell’ordine del mezzo miliardo di euro, concentrato per lo più nelle grandi aree urbane: un modo nuovo per consumare in casa il fuori casa.

LA GDO 

La ripresa dei consumi fa segnare nel primo semestre del 2017 uno dei migliori risultati del decennio per la GDO italiana. Aumentano i volumi che, insieme all’andamento favorevole dei prezzi, fanno crescere le vendite che per la prima volta da diversi anni tornano ad affiancare la media europea. A spingere le vendite è anche l’aumento delle referenze grazie all’incremento dei prodotti a marca industriale. Discount e superstore continuano ad essere i formati più performanti nonostante gli assetti e le dinamiche della GDO mostrino caratteristiche molto differenti tra le diverse aree del Paese. Le piccole superfici chiudono per far spazio a formati più grandi nell’ottica di un profondo rinnovamento della rete di vendita.

La fluidità dei consumi enfatizza la propensione alla sperimentazione dei comportamenti di acquisto e favorisce i retailer più dinamici in termini di assortimenti e formati di vendita. I canali specializzati ed emergenti attraggono soprattutto i millennials (i nati a partire dal 1980 cresciuti nel tempo di internet) che sono alla ricerca di novità e allo stesso tempo di semplicità d’uso dei prodotti. L’elemento dirompente del 2017 attiene all’accentuata crescita dell’e-commerce, anche in ambito grocery e soprattutto in modalità mobile: gli italiani hanno imparato a fidarsi della marca del distributore e comprano online anche frutta e verdura. Continua la riduzione dei punti vendita del dettaglio italiano. Nell’ultimo anno il saldo tra aperture e chiusure ha determinato una riduzione della rete di circa 4.500 punti vendita, lo 0,6% dell’intera rete italiana in sede fissa. La riduzione della rete fisica continua a riguardare soprattutto i comparti segnati dalla crisi dei consumi (il tessile- abbigliamento, l’arredamento, l’editoria, il fai-da-te) e i negozi de-specializzati di dimensione più piccola, sia dell’alimentare che del non alimentare. Al contrario è ancora significativa la crescita dei punti di vendita legati al mondo del tecnologico e del digitale, crescono i settori oggetto delle più recenti liberalizzazioni (farmaci e carburanti), si afferma una netta tendenza alla specializzazione, soprattutto nell’alimentare. I negozi alimentari specializzati fanno segnare infatti una nuova crescita di mezzo punto percentuale.

Crescono ancora le forme di commercio più flessibili, sia quelle più tradizionali (l’ambulantato +0,4% in un anno) sia le forme più moderne del commercio online (+ 11% gli operatori esclusivi dell’e-commerce nel 2016). Nell’ultimo anno, l’area di vendita totale è cresciuta maggiormente in tutte le Regioni del Nord-Est e si è invece ridotta in maniera più ampia in alcune delle Regioni più piccole o meno popolate (Sardegna, Umbria, Molise, Liguria).

L’E-COMMERCE

Il canale digitale prosegue lungo il percorso di crescita in atto da diversi anni, anche se con ritmi lievemente più contenuti in confronto al recente passato. L’Italia continua a pagare un gap importante nei confronti degli altri Paesi europei: il valore del mercato e-commerce in Europa è stimato in circa 510 miliardi di euro e risulta concentrato per oltre il 60% in tre Paesi (Regno Unito, Germania e Francia). Esso rappresenta inoltre una straordinaria opportunità, per buona parte inesplorata, per tutte le imprese della produzione e distribuzione di beni di largo consumo: si calcola che in Europa un individuo su due faccia acquisti online, mentre solo il 16% delle piccole e medie imprese del nostro Paese ha organizzato un servizio di e-commerce e di queste meno della metà è in grado di aggredire i mercati extra nazionali.

Per quel che riguarda le vendite al dettaglio, la performance resta comunque degna di nota: secondo le stime elaborate a partire dalle informazioni CartaSi, nel 2017 gli acquisti delle famiglie che transitano per il canale digitale avrebbero totalizzato oltre 27 miliardi di euro, un valore più elevato di circa il 23% rispetto all’anno precedente e tre volte superiore a quanto registrato cinque anni fa.

A favorire la larga diffusione del commercio online contribuiscono una serie di fattori, a partire dalla penetrazione del mobile (85% sul totale dei residenti) che rende l’Italia il terzo Paese al Mondo alle spalle di Spagna e Singapore per numero di dispositivi per persona. Hanno giovato d’altro canto anche i miglioramenti conseguiti nella velocità di connessione: a piccoli passi la banda larga (la cui velocità media in download è passata nell’ultimo anno da 6,1 Mbps a 8,7 Mbps) è arrivata a servire circa l’80% della popolazione.

In generale, è utile ricordare che a favore della digitalizzazione degli acquisti sta giocando un ruolo fondamentale l’innovazione nella gestione dei pagamenti: l’esperienza quotidiana insegna che la nuova frontiera è quella dei sistemi contact-less, che incorporano le carte di credito direttamente nell’iPhone, nello smartwatch, come nei tablet e nei computer. Per concludere l’acquisto è già oggi sufficiente avvicinare il display del proprio dispositivo al lettore ottico dell’esercente, per non parlare del lancio di ‘selfie pay’, un servizio che autorizzerà le transazioni solo a condizione che l’identità dell’utente sia confermata dal riconoscimento biometrico. I numeri sono già oggi rilevanti nei tanti Paesi dove il sistema è attivo da tempo (Stati Uniti, Australia, Canada, Cina, Francia, Giappone): allo stato attuale sono 20 milioni gli esercenti che lo accettano nel mondo ed il giro d’affari mondiale è atteso superare i 500 miliardi di dollari entro il 2020.

Tra gli elementi di novità, l’anno in corso restituisce un ulteriore spostamento delle famiglie verso gli acquisti effettuati tramite dispositivo mobile: secondo un’indagine Netcom sono circa 21 milioni gli acquirenti online, di questi il 30% tramite app su smartphone ed un ulteriore 12% su tablet.

Il profilo tipo dei consumatori digitali suggerisce una prevalenza tra le fasce di età più giovani (il 57% degli acquirenti online ha meno di 44 anni), residenti al Nord-Ovest (ma crescono anche al Sud) e mediamente più istruiti. In ragione di una offerta più specializzata e capillare, gli acquirenti abituali tendono a concentrarsi nei centri urbani di maggiori dimensioni: nelle grandi città si contano 49 acquirenti ogni 100 abitanti, il doppio rispetto ai Comuni di periferia con meno di 10 mila abitanti (25%).

Giova segnalare che in Italia quasi il 40% del giro d’affari complessivo afferisce all’area dei viaggi e delle vacanze: con un valore delle vendite che a fine 2017 avrebbe superato i 10 miliardi di euro, a guidare la classifica biglietti sono aerei e prenotazioni di alberghi e case vacanze, forti di tassi di crescita che per il comparto dell’hotelleria superano il 90%. Insieme alla crescita del reparto casa (+26%), particolarmente positiva è la performance del comparto alimentare (+35%) che è arrivata a superare ampiamente il mezzo miliardo di euro. I consumi hanno beneficiato di una offerta che si sta progressivamente strutturando per soddisfare le nuove esigenze dei consumatori. Il commercio online di generi alimentari transita infatti attraverso tre canali fondamentali: i siti internet dei distributori, i marketplace dedicati (Amazon Fresh, Eataly) ed i cataloghi online dei produttori e degli operatori dell’enogastronomia locale (Giordano Vini, Nespresso, Olio Carli, Cantina della Birra).

LO SPRECO DI CIBO

Le dimensioni del fenomeno dello spreco nel mondo sono assolutamente allarmanti: secondo la FAO, 1,3 miliardi di tonnellate di cibo destinato al consumo umano non raggiungono la tavola, per un valore economico pari a circa mille miliardi di dollari l’anno che sale a circa 2.600 miliardi di dollari se si conteggiano i costi indiretti. L’Agenzia delle Nazioni Unite ha inoltre quantificato l’impatto ambientale che origina dalla produzione del cibo sprecato: si tratta di 250 miliardi di litri d’acqua, 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 emesse in atmosfera, oltre all’utilizzo intensivo di un terzo del suolo agricolo disponibile sul pianeta.

In Europa ogni anno vengono gettati nell’immondizia circa 180 kg a testa di rifiuti organici provenienti dall’alimentazione, di cui oltre il 40% tra le mura di casa, che si traducono in oltre 140 miliardi di euro di costi che potrebbero essere evitati.

Un recente rapporto della Commissione Europea ha contribuito a fare luce sulla portata del fenomeno nel nostro Paese, riprendendo i due concetti previsti dal provvedimento approvato nell’estate 2016 dal Parlamento. Da una parte l’eccedenza: considerato che il consumo medio giornaliero pro capite è pari a circa 3.500 chilocalorie (ed è circa doppio rispetto al fabbisogno energetico consigliato dai nutrizionisti), in Italia viene prodotto una surplus di 6 milioni di tonnellate di prodotti agroalimentari, circa 100 kg a testa.

Dall’altra lo spreco vero e proprio, che è una quota parte dell’eccedenza (il complemento, seppure di entità marginale, è ciò che viene recuperato): nel nostro Paese finiscono nella spazzatura 5,5 milioni di tonnellate di cibo, equivalenti al 16% dei consumi complessivi. Il 45% è attribuibile alle famiglie ed il 55% agli operatori economici della filiera (produttori, trasformatori, industria e distribuzione commerciale).