GOVERNO DIFFICILE DOPO LE ELEZIONI. IL SETTORE SI FACCIA SENTIRE: IL TAVOLO “BATTA UN COLPO”

Il risultato clamoroso delle elezioni politiche di domenica è considerato con estrema attenzione da tutte le componenti economiche del nostro Paese. Anche perché, come e quando una macchina governativa possa rimettersi in moto a Roma è un bel rebus. Questo per una serie di fattori, ma principalmente per due elementi: la mancanza di una maggioranza parlamentare omogenea e i bacini elettorali, praticamente opposti nei loro interessi, che stanno alla base da una parte del successo del partito di maggioranza relativa (i 5 Stelle) e dall’altra del successo del partito che ha preso più voti nella coalizione più forte (la Lega, nuovo leader della coalizione di centro-destra). Ciò dovrebbe impedire, almeno in teoria, apparentamenti non omogenei in grado di garantire una larga maggioranza parlamentare.

Il successo a tutto tondo del Movimento 5 Stelle trova infatti la sua forte base nel Sud tra elettori che chiedono maggiori garanzie occupazionali e retributive, che dunque chiedono un impiego, un posto sicuro e, in non pochi casi, sperano in un reddito di cittadinanza che permetta condizioni di vita più dignitose. Altro è alla base del successo della Lega: la richiesta forte di una maggiore considerazione per il popolo delle partite Iva e per le piccole aziende del Nord che si traduca soprattutto in sgravi fiscali e in facilitazioni per il rientro dai debiti contratti con l’Agenzia delle Entrate e con Equitalia nei tempi più bui della grande crisi quando questi soggetti se avevano i soldi per pagare dipendenti e fornitori non ne avevano più per pagare l’erario e se pagavano quest’ultimo rischiavano il blocco da parte dei sindacati per insolvenza con i dipendenti o il blocco delle forniture. Ora delle due l’una: o si sostiene questa parte importante dell’economia del Nord trovando per il Sud qualche stratagemma per migliorarne le condizioni di sofferenza o si premia il Sud lasciando le piccole imprese del Nord nelle loro difficoltà nell’agganciare la ripresa. Che ci siano risorse per gratificare l’Italia intera, dal settore del pubblico impiego alla piccola impresa privata, è fuori da ogni ragionevole speranza.

Quando i 5 Stelle per primi riceveranno dal presidente della Repubblica, come è doveroso, l’incarico di esplorare le possibilità di ottenere una maggioranza parlamentare in grado di sostenere un loro governo, si troveranno irrimediabilmente di fronte alla necessità di mediare tra le richieste del loro bacino elettorale più importante e il resto del Paese, rappresentato in larga misura da altre forze politiche. Un’impresa ardita.

Per questo la previsione è che il percorso per avere un nuovo governo, nuovi ministri, una nuova politica per l’economia, l’agricoltura e il settore ortofrutticolo sarà lungo e tortuoso.

È deludente, nel frattempo, assistere a un dibattito politico fondato sui personalismi, le ripicche, le rivincite, le battute ad effetto che nascondono o disconoscono la verità di fondo. Negli ultimi anni l’Italia è stata investita da due grandi fenomeni, in parte ciclici, in parte epocali: la crisi economica e l’onda migratoria. È evidente e più che giustificato che gli italiani cerchino risposte a questi due problemi e le cerchino in un governo all’altezza della situazione. Evidentemente chi ha governato non ha fatto abbastanza ed è stato bocciato. Per chi governerà non sarà semplice misurarsi con questi due grandi temi ma sarà inevitabile perché su di essi sarà giudicato.

Il settore dell’ortofrutta in questo scenario ha certamente qualcosa da dire perché voce importante del made in Italy agro-alimentare e perché bacino occupazionale importante. L’ortofrutta è una risposta alle difficoltà del Paese e non solo la politica ma innanzitutto il settore ne deve avere consapevolezza per chiedere con forza e in una visione unitaria alla politica ciò che gli serve per progredire.

Nei programmi elettorali delle forze politiche che hanno vinto le elezioni la parola ortofrutta non si trova mai  – e questo è abbastanza scontato – ma il settore sta dentro ai ‘programma agricoltura’ perché – i politici lo sappiano o lo debbano scoprire – rappresenta dell’agricoltura italiana una delle componenti decisamente più dinamiche. Per la verità, nel programma comune in 10 punti della coalizione di centrodestra, i riferimenti alla stessa agricoltura sono molto esili. Il settore è citato una sola volta, a proposito della “tutela in ogni sede degli interessi italiani a partire dalla sicurezza del risparmio e della tutela del made in Italy, con particolare riguardo alle tipicità delle produzioni agricole e dell’agroalimentare” mentre il programma si impegna sull’efficientamento energetico, su sviluppo e promozione di cultura e turismo, sulla tutela dell’ambiente. Più ampi e specifici i riferimenti nel programma dei 5 Stelle dove si prende atto che “l’agricoltura rappresenta uno dei settori più promettenti dell’economia italiana” e che “il lavoro in campagna attrae sempre più giovani”. Il Movimento si impegna a “semplificare le procedure burocratiche, l’accesso al credito, soprattutto per i giovani,​ e a partire dai fondi PAC, ridurre la pressione fiscale sulle Pmi agricole” e propone un’agricoltura “più forte in quattro mosse”: l’aggregazione attraverso la costituzione di Organizzazioni di Produttori (OP) e di Organizzazioni Interprofessionali (OI); la promozione di filiere trasparenti, allo scopo di valorizzare le eccellenze agroalimentari; la limitazione dell’importazione selvaggia​, legata a quei trattati internazionali che, facilitando l’import in Italia di prodotti sottoposti a standard sanitari e produttivi ben al di sotto di quelli europei, danneggiano l’agricoltura nazionale e i consumatori; la promozione della filiera corta​.

Ora stiamo a guardare cosa succede: al Quirinale, nei partiti e in Parlamento, ma poi il settore si faccia sentire, subito, ponendo priorità, rilanciando, seriamente, il tavolo ortofrutticolo nazionale.

Antonio Felice

direttore editoriale del Corriere Ortofrutticolo