CARO MINISTRO, L’ATTENZIONE AL TURISMO NON DEVE PENALIZZARE L’AGROALIMENTARE

Il Ministro Gian Marco Centinaio è stato intervistato su vari giornali, ma mi ha molto colpito la lunga intervista sul “Corriere della Sera” di lunedì 11 giugno tutta dedicata al turismo, delega che gli è stata trasferita dal Ministero dei Beni Culturali, dove era stata originariamente allocata. Il Ministro si vanta di aver chiesto e ricevuto questa delega, giustificata dal fatto, e qui concordo, che l’agroalimentare italiano “…è il più cercato nel mondo”. All’obiezione del giornalista che anche i beni culturali italiani “… sono i più importanti del mondo”, il Ministro ha replicato che nel Ministero dei beni culturali “… nessuno si è mai filato le organizzazioni del turismo”. Forse avrà ragione, perché certamente i governi precedenti non hanno mai dimostrato grosso impegno per il turismo come invece meriterebbe, ma non mi risulta che nel Mipaaf ci siano delle competenze adeguate, salvo quella del Ministro, che ha una esperienza professionale nel settore.

Non mi va per niente però, che il nuovo Ministro delle Politiche agricole, agroalimentari e forestali nelle sue prime uscite pubbliche parli della delega aggiunta, il turismo, e non di quello che è il settore al quale dovrebbe dedicare il suo impegno principale. Lasciamo da parte il confronto tra il peso che l’agroalimentare e il turismo hanno nella formazione del Pil nel nostro Paese, che vede in ogni caso il primo settore vincente (14% contro 10%), ma dobbiamo considerare soprattutto che l’agricoltura e le foreste occupano circa il 70% del territorio nazionale, un territorio sempre più massacrato dall’incuria e dall’intensificazione della presenza dell’uomo, per cui se si vuole salvare agricoltura e turismo assieme è sulla prima che si deve porre ogni attenzione. Inoltre, l’agricoltura è un settore che dipende in gran parte dalle politiche comunitarie, che concorrono per circa il 30% alla formazione del suo valore aggiunto, per cui mi pare grave che il Ministro nella sua prima uscita pubblica non affronti un tema urgente quale è il taglio previsto dei fondi del budget UE e la nuova riforma della politica agricola comune, di cui sono uscite da qualche giorno le proposte di regolamento. Capisco che il Ministro abbia preferito affrontare nei primi contatti con la stampa i temi che gli sono più familiari, ma è bene che al più presto dimostri che la sua attenzione per il turismo non andrà a scapito delle sfide che dovrà affrontare per l’agricoltura, l’agroalimentare e le foreste italiane.

Nell’intervista sul “Messaggero”, riportata dal Corriere Ortofrutticolo di lunedì 11 giugno (leggi news), il Ministro ha affermato, tra l’altro, che la legge sul caporalato “…. non è sufficiente, la cronaca di questi giorni dimostra che il problema non è risolto”. Per un Ministro, il cui capo partito se ne è uscito con la mitica frase “… la pacchia è finita”, rivolgendosi agli immigrati che ingrossano anche le file di quelli che vivono in condizioni sub-umane nelle baraccopoli che la televisione continua a mostrarci ormai da molto, troppo, tempo, mi sembra un po’ pochino. Ma non meravigliamoci, perché di fronte ai fatti di sangue di questi giorni non si sono mossi né le organizzazioni professionali, che rappresentano le imprese che assoldano quei disgraziati, e nemmeno i grandi sindacati dei lavoratori. Quei poveri disgraziati sono migliaia e non si può chiudere gli occhi per non vedere che caporali e salari da fame sono diventati la condizione normale per consentire alle imprese agricole di fare bilancio, a tutte e non solo a quelle che sono in mano a imprenditori legati alla malavita. Questi sono i problemi che deve affrontare un Ministro dell’agricoltura, perché di fronte a uno sfruttamento, che sembra non aver fine né limiti, diventiamo tutti responsabili: le istituzioni, le imprese agricole, le catene della grande distribuzione e anche noi consumatori, che non vogliamo sapere che quello che c’è sul nostro piatto viene da quei campi. E non mi si venga a dire che questa situazione di sfruttamento è dovuta alla competizione sleale delle produzioni ortofrutticole importate.

Corrado Giacomini

economista agrario