CALABRIA, BOOM DI AGRUMI RICONVERTITI A DRUPACEE. “MA SERVE UN MARCHIO OMBRELLO”

È boom di nuovi impianti di drupacee in Calabria. Non sono solo i grandi gruppi ad essersi accorti del potenziale produttivo di questa regione ma anche le aziende del territorio che stanno progressivamente riconvertendo i vecchi impianti di agrumi, specie gli aranceti, sempre meno redditizi, alla produzione di pesche, nettarine e albicocche.

Obiettivo: arrivare a realizzare dei prodotti di qualità, anche grazie alle condizioni pedoclimatiche ottimali, con elevate rese produttive in grado di competere sui mercati internazionali anche per la propria identità territoriale.

Per il vicepresidente nazionale di Confagricoltura, Nicola Cilento, una delle chiavi di volta per questo settore ormai in crisi strutturale dichiarata, sarà la creazione di un marchio ombrello nazionale che accolga nel paniere del made in Italy anche le drupacee.

Nicola Cilento, vicepresidente di Confagricoltura

Massiccia e veloce, l’espansione del gruppo emiliano-romagnola Apofruit che sta spingendo molto sulla creazione di nuovi impianti di drupacee calabresi insieme alle grandi aziende del nord come, ad esempio, Mazzoni.

“Il nostro obiettivo – ha spiegato al Corriere Ortofrutticolo il direttore di Apofruit Ilenio Bastoni, nostro Protagonista e vincitore tra l’altro dell’Oscar della Frutta 2017 – è quello di incrementare significativamente la nostra presenza in questa regione e ogni anno stiamo raddoppiando i volumi di drupacee conferiti dalla Calabria. Uno dei fattori di appeal, poi è l’alta percentuale di prodotto biologico perché questa è una delle regioni più vocale al bio d’Italia. Su tutta la produzione locale ​conferita ad Apofruit, la percentuale bio oscilla tra il 40 ed il 50%, ne va da sé che la Calabria per noi è destinata a diventare una colonna portante del settore “organic” di Apofruit. Già nel 2017 su 322 milioni di fatturato, 100 milioni sono derivati dalla produzione biologica pari al 20% dei volumi. Mentre nei primi mesi di quest’anno abbiamo registrato una crescita mensile del 15-20%”.

Ilenio Bastoni, direttore generale di Apofruit

Lo sviluppo della peschicoltura nel Sud Italia, che già è la principale area agricola italiana per volumi e superfici (anche se meno organizzata rispetto ai territori del nord, è questa una delle sfide principali) è una naturale conseguenza da un lato dell’esaurimento di suolo nelle regioni tradizionalmente vocate e dall’altro dalla massiccia riconversione dei vecchi pescheti in altre colture più redditizie. A questo si aggiunga anche la piaga della Sharka, uno dei virus più letali per le drupacee, che colpisce sistematicamente le produzioni da circa un decennio.

“Le varietà che impiantiamo in Calabria – continua Bastoni – sono prevalentemente medio-tardive anche se stiamo testando nuove varietà nella zona di Scanzano, che è la nostra seconda zona produttiva del Sud-Italia, con seimila tonnellate di pesche l’anno, dopo la Puglia con 10mila. Lavoriamo specialmente sulle Stone Yard perché sono più croccanti e hanno una shelf life più lunga, prestandosi così anche alla IV gamma”.

La riconversione a drupacee sta interessando sempre di più anche le Op locali, tradizionalmente vocate alla produzione di agrumi che, da circa un decennio, hanno iniziato a impiantare pesche, nettarine e albicocche.

“Da cinque anni a questa parte – afferma al Corriere Ortofrutticolo Nicola Cilento, vicepresidente nazionale di Confagricoltura nonché presidente dell’Op Coab che associa 80 produttori della piana di Sibari – abbiamo riconvertito alla produzione di drupacee circa 200 ettari di terreno dei quali l’80% è già in produzione e il restante 20% andrà a regime dall’anno prossimo. Contiamo di arrivare a 300 ettari complessivi nel giro di tre campagne che si aggiungeranno agli attuali 600 di agrumeti. Tra i punti principali da cui potrà partire il riscatto della nostra peschicoltura c’è innanzitutto la qualità del prodotto ma anche un marchio ombrello nazionale, ad esempio ‘pesche italiane’ che accolga nel paniere e nell’immaginario del made in Italy anche le drupacee e l’ortofrutta in generale, perché le vere sfide oggi sono sul mercato internazionale dove questo marchio gode innegabilmente di un grande appeal che va sfruttato”.

Mariangela Latella