CAPORALATO, IL BUSINESS CHE DISTRUGGE IL VALORE DELLA NOSTRA ORTOFRUTTA. MA UNA CERTA GDO NON È PRIVA DI RESPONSABILITÀ

A volte i numeri propongono coincidenze non casuali. Il business del caporalato ‘vale’ in Italia 4,8 miliardi di euro, in pratica l’equivalente dell’export ortofrutticolo italiano; come dire, da un record all’altro. Sempre l’Osservatorio Placido Rizzotto della FLAI-CGIL calcola il valore netto di questo business: circa 3 miliardi di euro, depurando i 4,8 miliardi da 1,8 miliardi di evasione contributiva. Ecco questi 3 miliardi sono la perdita di valore che consente a una parte della nostra ortofrutta di stare sul mercato, una sorta di mancata remunerazione del lavoro ‘legale’ in campagna che però serve per abbassare i prezzi al livello delle richieste sempre più giugulatorie della GDO.

Sì perché la ribellione degli operai neri nelle campagne del Foggiano, dopo la tragedia dei 16 braccianti stranieri morti in due incidenti stradali (leggi news), chiama in causa tante responsabilità: da quelle dello Stato e delle istituzioni locali (le ASL foggiane non sanno dove vivono e in che condizioni si trovano questi lavoratori?), ai mancati controlli degli Ispettori del lavoro, alle aziende agricole che li assumono, fino alla GDO (non tutte le catene ) che impongono prezzi e condizioni capestro per fare promozioni, scontistiche varie, 3×2, eccetera.

In Italia, lo sappiamo tutti, non basta fare le leggi, bisogna applicarle, renderle operative. La legge sul caporalato c’è ma  evidentemente non funziona o forse non basta. Non basta perché, come dire, ne manca un pezzo. Il pezzo che manca è quello che chiama in causa i comportamenti di alcune catene della GDO. Ricorda un’altra grande incompiuta, l’art.62 che doveva regolare i rapporti tra fornitori e catene distributive, imponendo tempi certi nei pagamenti  e bloccando pratiche sleali, comportamenti lesivi della concorrenza , ecc. e di cui si è persa traccia.

Mentre gli strumenti legislativi a tutela di una delle controparti (chi produce) sono spuntati, dall’altra parte le catene fanno accordi, si concentrano, si creano grandi gruppi d’acquisto a livello europeo. Sotto lo slogan “la qualità non deve costare” scendono in Italia e proliferano catene di discount con politiche di prezzo sempre più aggressive. In questo quadro da Far West proliferano strumenti come le aste on line al doppio ribasso, veri e propri strumenti d’azzardo che distruggono il valore dei prodotti e con essi la filiera, le aziende e l’occupazione (quella legale, ovviamente). Chi usa questo strumento? Alcune catene, discount e no, per alcune categorie di prodotti, ma sono sufficienti a guastare il mercato. Contro queste aste on line e tutte le altre pratiche sleali contro cui l’art.62 si è rivelato una pistola scarica, l’unica ricetta sta nella direttiva europea cui sta lavorando il nostro Paolo de Castro. Il lavoro (e il dramma) dei braccianti neri del Foggiano, che lavorano per disperazione in condizioni indegne di un Paese civile, sono l’altra faccia delle aste on line, della scontistica esasperata, delle promozioni sempre più aggressive sulla pelle delle imprese e dei lavoratori. Cosa c’entri tutto questo con il made in Italy, della cui difesa i nostri politici si riempiono la bocca, è un altro mistero. Sicuramente una Authority nazionale contro le pratiche sleali (alimentata anche da denunce anonime), in grado di sanzionare i comportamenti giugulari a danno dei produttori, servirebbe molto a difendere il made in Italy, molto più delle chiacchiere sui dazi o sull’agro-pirateria. Dopo l’emozione suscitata dalle tragedie sulle strade del Foggiano, perché qualcosa cambi davvero non basterà arrestare qualche ‘caporale’ o presunto tale. Il lavoro nero, sottopagato, è funzionale ai comportamenti di certa GDO, la più aggressiva e più spregiudicata. E’ lì che si deve colpire. “Non abbiamo bisogno di schiavi”, dichiara il ministro Centinaio (Corriere della Sera, 8 agosto). Però quando sentiamo qualcuno indignarsi per i prodotti importati da altri Paesi ‘inquinati’ dal dumping sociale o ambientale, perché realizzati da lavoratori minorenni o non tutelati, ricordiamoci di questi braccianti neri sottopagati, impegnati nella raccolte del pomodoro o degli agrumi, in condizioni di semi-schiavismo.  Anche loro contribuiscono al made in Italy, o no?

Lorenzo Frassoldati

direttore del Corriere Ortofrutticolo

l.frassoldati@alice.it