LA MALA-BUROCRAZIA CHE È IN NOI. IL TAVOLO ORTOFRUTTA FUNZIONERÀ?

Viviamo in un Paese-manicomio dove il ministro delle Infrastrutture dà come funzionante un tunnel del Brennero che ancora non c’è (sarà pronto fra 8 anni, forse). Quindi tutto può succedere. Può succedere che per un mese l’Italia si sia infiammata a dibattere il tema degli shopper ecologici e biodegradabili in cui incartare frutta e verdura al market, poi adesso tutti li usano e nessuno si ricorda manco come è andata a finire (da una indagine di Altroconsumo pare che oltre la metà degli shopper in circolazione siano fuori norma). Può succedere che il vicepremier Di Maio si preoccupi della felicità delle famiglie italiane proponendo la chiusura domenicale dei centri commerciali e la proposta è talmente delirante sotto il profilo economico, occupazionale e “sociale” (è un tema che va lasciato alla libera contrattazione tra le parti sociali, ovvio) che bisogna sperare che tutti se ne dimentichino al più presto, visto che incombe il Def dei tormenti. E a proposito di Def 2018 è curioso rilevare che, come nel famoso contratto di governo, lo spazio riservato all’agricoltura è poca cosa, due paginette scarse. Domina l’impegno per una semplificazione delle procedure, cioè la lotta alla mala-burocrazia, che detta così sembra qualcosa di facile, un Moloch esterno a noi contro cui lottare, in realtà è qualcosa di molto più complesso e difficile (tant’è che finora ha resistito a tutti gli assalti). Semplificare significa tagliare le rappresentanze inutili (pensate al sindacalismo agricolo…), individuare le inutili duplicazioni/sovrapposizioni dei ruoli, i giri di carte che non servono a nulla se non a giustificare lo stipendio di chi li fa girare. In sostanza la mala-burocrazia sta dentro il nostro “essere italiani”, all’eterno ritornello del “tengo famiglia”. Dietro la mala-burocrazia che tormenta chi fa impresa (e che costa una montagna di soldi) ci sono poltrone e poltroncine, prebende, scrivanie, funzionari, dirigenti… per questo è una lotta disperata, contro un muro di gomma. Comunque il Def 2018 propone un “patto per la semplificazione”, da sancire in sede di conferenza Stato-Regioni (sì perché senza le Regioni non si può fare niente). Poi arriverà una nuova riorganizzazione del Ministero per le politiche agricole e il turismo, per agevolare il dialogo con imprese e istituzioni. Che dire, auguri, almeno c’è la volontà di fare qualcosa. Poi cosa uscirà, sta scritto nelle stelle. Intanto l’ortofrutta aspetta disperatamente un segnale di attenzione da parte della politica. Il video dell’imprenditore piemontese Carlo Lingua, postato su Facebook da Asia Fruit Logistica, in cui sbotta contro il ministero (“Non riusciamo a vendere le nostre mele in Cina perché non abbiamo i protocolli in quanto tutti coloro che governano e hanno governato non se ne sono occupati in modo serio. Polonia e Francia hanno i protocolli per le mele, sull’uva la Spagna ha il protocollo e noi no. Basta con le scuse, mettetevi a lavorare”) ha scosso il settore.

A Hong Kong si è toccata con mano la frustrazione degli operatori italiani che – a fronte dell’interesse dei mercati asiatici per prodotti come mele, pere, kiwi, agrumi, uva da tavola – non dispongono dei relativi protocolli per accedere alla maggior parte di quei mercati per via delle barriere fitosanitarie. E quando le barriere sulla carta vengono superate, spesso non riusciamo a essere competitivi per altre ragioni (offerta frammentata, scarsa conoscenza dei mercati, ecc). E poi l’eterna contraddizione: possibile che l’Europa faccia accordi ‘unitari’ per i prodotti in ingresso mentre per esportare ogni paese debba vedersela per conto suo?

Come si esce da questo circolo vizioso di problemi incancreniti, di burocrazia pubblica oppressiva e inconcludente? La vera (e unica) cabina di regia dell’ortofrutta italiana adesso ha una sede: il Tavolo nazionale, che a breve dovrebbe essere riconvocato. Se il tavolo deve lavorare ed essere operativo, dovrà anche essere snellito perché con quella carovana di gente delle prime riunioni non si va da nessuna parte. Bisognerà mettere all’ordine del giorno uno-due punti da aggredire subito. La concertazione va bene (Martina manco quella faceva…) però serve darsi delle priorità, con impegni programmatici precisi e risorse certe disponibili. Il sottosegretario Alessandra Pesce è determinata, gli attori dell’ortofrutta dicono: bisogna darle fiducia. Ci si attende (finalmente) una svolta operativa, concreta almeno su due temi: l’apertura dei mercati lontani e il catasto ortofrutticolo. È il governo del cambiamento, no? Ci deve essere anche una svolta sul fronte dell’agribusiness.

Lorenzo Frassoldati