EXPORT EXTRA UE, L’ITALIA È INDIETRO, MA AUMENTA L’IMPORT. E IL DIBATTITO SI ACCENDE

L’export ortofrutticolo europeo fuori dai confini dell’UE cresce ma l’Italia resta indietro. C’è un gap importante se si considera che, dei 5 miliardi di ortofrutta esportata dall’Italia solo il 6% vola Oltremare. Lo scompenso è evidente se si analizza la domanda di prodotti ortofrutticoli extra Ue, soprattutto nelle economie asiatiche in continua crescita. Per avere una misura di questo gap basti pensare che il Vietnam importa 200mila tonnellate di mele ogni anno e la maggior parte di queste arrivano dall’Ue ma non dall’Italia.

Su questo punto si è acceso il dibattito sul futuro della frutticoltura iniziato da un intervento di Renzo Piraccini, presidente di Macfrut, nel corso del convegno ‘Guardando al futuro: dialogo con gli attori del sistema ortofrutta Italia’ che si è tenuto a Cesena Fiere martedì scorso, in occasione degli 80 anni della rivista ‘Frutticoltura’.

Il gap italiano

“Non possiamo più continuare a considerare il mercato internazionale – ha spiegato Piraccini – come un elastico in funzione della necessità di smaltire i nostri surplus produttivi. Dobbiamo accelerare perché su questa partita ci giochiamo il futuro e bisogna cominciare da una piattaforma unica in Italia che riunisca tutta la filiera. È uno strumento imprescindibile. Se oggi i cinesi non ci riconoscono come una regione d’Europa, come ci ha detto Simona Rubbi del Cso che segue le trattative per gli accordi bilaterali, allora dobbiamo porci un problema. E questo problema è innanzitutto politico”.

L’appello accorato alla politica non riguarda soltanto la convergenza su un’unica fiera (l’unica europea che possa essere considerata di filiera) e l’accelerazione sui tavoli europei e nazionali per l’abbattimento delle barriere fitosanitarie sui mercati più importanti, ma anche una nuova e migliore regolamentazione dell’import di prodotto dall’estero che garantisca ai nostri prodotti di concorrere ad armi pari con i competitor.

La bilancia commerciale

La crescente forbice della bilancia commerciale a favore dell’import ortofrutticolo allarma tutto il comparto. “Nei primi mesi di quest’anno – ha ricordato Marco Salvi, presidente di Fruitimprese – abbiamo esportato 300mila tonnellate in meno rispetto all’anno scorso mentre l’import è aumentato di 100mila tonnellate. Qualche domanda dobbiamo farcela. Perché per gli agrumi, che è una delle nostre principali produzioni, esportiamo 164mila tonnellate e ne importiamo 288mila? Perché esportiamo 700mila tonnellate di legumi e ne importiamo 900mila? È fondamentale aprire nuovi mercati altrimenti questo sistema Paese fallisce. Oggi l’Italia ha alcune priorità diverse da quelle dell’Europa, prima fra tutte quella di cambiare il sistema dei capitolati e accelerare sugli accordi bilaterali tra singoli Stati”.

La denuncia di Salvi si rivolge anche alle distorsioni generate dagli accordi attualmente in essere, quale ad esempio quello sul kiwi con la Cina attivo ormai da più di un lustro.

“La sappiamo tutti perché nonostante l’ok al libero scambio con Pechino, non si riesce a portare kiwi in Cina. Ogni anno i controllori cinesi sulle nostre installazioni arrivano a dicembre e gli ordini slittano di conseguenza a gennaio, febbraio quando la campagna è ormai finita. Questa è l’Italia, questo deve cambiare altrimenti non stupiamoci della progressiva perdita di superfici produttive”.

La ricerca

Il Cahiers de doléance dei principali attori della filiera è un continuo mettere, nero su bianco, le molte ombre e le poche luci del sistema ortofrutticolo. Non da ultimo una mancanza di regia nazionale sull’innovazione varietale che, secondo Davide Vernocchi, presidente di Apo Conerpo, “è uno dei principali motivi che ha portato alla crisi strutturale del comparto pesche e nettarine che è arrivato ad avere in produzione fino a 200 cultivar diverse”.

Sul fronte del calo dei consumi interni è intervenuto Paolo Bruni, presidente del Cso. “Non possiamo confrontare – ha detto – la qualità della frutta in vendita oggi con quella di cinquant’anni fa. Non è corretto colpevolizzare la produzione dicendo che era più buona una volta. Diciamolo che oggi, per rispondere alle esigenze dei capitolati, viene raccolta praticamente acerba. Perché se fosse raccolta al giusto grado di maturazione, con tutta la ricerca che abbiamo messo in campo, sarebbe certamente molto più buona di quella di una volta”.

Mariangela Latella