L’AGGREGAZIONE FUNZIONA, MA SOLO SE È DAVVERO ‘GRANDE’. LA RICETTA DI LUCA GRANATA

Scrivevo nel mio precedente editoriale sulla battaglia dei prezzi in ortofrutta (“Bollettino di guerra per fragole, kiwi, pere… la battaglia dei prezzi infuria. Ecco perché la perdono sempre i produttori”) che “se per il consumatore la battaglia dei prezzi è un porto delle nebbie, dove è quasi impossibile orientarsi, per i produttori la battaglia dei prezzi è quasi impossibile, forse perduta in partenza. E infatti qual è la ricetta dei produttori davanti alla domanda: che fare? Come risollevare il valore dei prodotti? La risposta è più o meno sempre la stessa: più aggregazione, più ricerca, nuove varietà, più servizio, più valorizzazione, più promozione, più marketing. Quasi sempre però questi sono costi in più per le imprese (si pensi alle certificazioni), che non vengono ripagati dal prezzo finale. E anche l’aggregazione, quando funziona, non sempre è risolutiva”.

E per fare un esempio di aggregazione citavo il caso di Opera per le pere “una grande aggregazione ma i prezzi all’origine restano insoddisfacenti”. Devo alla cortesia e all’attenzione di Luca Granata, n.1 di Opera, una lunga telefonata con un rilievo che accetto senza problemi. Il manager ex Melinda mi ha precisato che quella di Opera non è una ‘grande’ aggregazione, ma una ‘piccola’ aggregazione e che questa, verosimilmente, è la ragione per cui il prezzo delle pere per i produttori resta insoddisfacente. In effetti Opera riunisce meno del 30 per cento dell’offerta complessiva di pere ed evidentemente questo non basta. Prendo atto. Ci vorrebbe una aggregazione almeno del 70-80 per cento per cominciare a cambiare le carte in tavola, suggerisce Granata, e lancia una provocazione: “Proviamo a farla a mo’ di prova, per un anno, se non altro per vedere cosa succede”. In effetti se non si riesce a mettere assieme tutta (o quasi) la produzione di qualità in un territorio limitato (come è per la pera Abate), come è possibile riuscirci per altri prodotti sparsi su e giù per lo Stivale? Comunque varrebbe la pena di prendere sul serio la provocazione di Granata, se non altro per vedere l’effetto che fa (come cantava Jannacci).

Queste considerazioni mi venivano in mente mentre assistevo alla recente assemblea di Fruitimprese dove i numeri del sistema ortofrutta Italia in crisi sono venuti fuori nella loro cruda realtà. E al danno si aggiunge la beffa. Solo pochi giorni prima un servizio di Report su Rai3 aveva sbeffeggiato il mondo dell’ortofrutta con una inchiesta-canaglia tesa dimostrare che i 5 milioni per il Catasto della frutta – primo segnale concreto di attenzione del Governo al settore dopo anni(!) – sono buttati, perché basta una circolare e cambiare la modulistica per avere questo benedetto Catasto. Poca spesa, massima resa.

Insomma piove sul bagnato. L’ortofrutta – pilastro del made in Italy, del benessere, della Dieta mediterranea – derisa e umiliata dal Servizio pubblico televisivo, mantenuto dal canone degli italiani. Invece di valorizzare il lavoro delle imprese che fanno qualità e la esportano nel mondo, nonostante le mille palle al piede del sistema Italia, Report mette in piedi una finta inchiesta giornalistica con un unico scopo: colpire il presidente del Cso, Paolo Bruni, solo pochi giorni prima riconfermato all’unanimità. Forse un regolamento di conti in famiglia, da parte di chi aveva maldigerito la rielezione.

Ma tant’è. Nel teatrino mediatico dell’ortofrutta vanno in scena colpi bassi, agguati, si enfatizzano le ‘zucchine d’oro’ in pieno inverno, il caporalato al Sud, si dà spazio solo ai consumatori che si lamentano dei prezzi, alle denunce dei ‘veleni’ in campagna, mai però si parla di imprese, di competitività, di mercati aperti per gli altri ma non per noi. Ha fatto bene Marco Salvi nell’assemblea di Fruitimprese a parlare di ortofrutta frenata da un sistema Italia che deve ripartire dopo che il prof. Francesco Daveri aveva chiarito che i mercati mondiali stanno andando bene e continueranno nel 2019. E’ l’Europa che frena (soprattutto la Germania, nostro primo mercato), mentre l’Italia è sull’orlo della recessione, la competitività è calante e “la politica guarda altrove”. L’Italia chiacchiera, gli altri fanno. Si parla tanto di Via della seta. Che funziona per la Polonia che manda in Cina le sue mele, per la Spagna che manda la sua uva da tavola, ma non per noi che stiamo ancora arrancando dietro il dossier pere, dopo di che apriremo quelli per le mele e l’uva da tavola. Campa cavallo… Poi scopri che la Polonia ha messo in gioco governo e ministri per trattare con la Cina, così ha fatto la Spagna. E che il Cile per esportare le sue ciliegie ha messo in campo un ex capo dello Stato, Eduardo Frei Ruiz-Tagle, oggi senatore. Poi ci chiediamo perchè la Spagna fa 13 miliardi di export e noi siamo scesi sotto i 5, e come mai la Spagna ci vende prodotti (che anche noi abbiamo) per 1 miliardo all’anno e noi ne vendiamo per 180 milioni ai terribili cugini iberici. Che bella reciprocità…

Insomma il bollettino di guerra sui prezzi della frutta, ma anche degli ortaggi (mesi fa una indagine seria del Consorzio Agribologna mise in evidenza che per sette prodotti orticoli di largo consumo il prezzo all’ingrosso non copre quasi mai il costo di produzione), è l’inevitabile corollario del combinato disposto di due fattori: da un lato un settore produttivo-commerciale frammentato, litigioso, diviso in fazioni e ‘parrocchie’, malato di personalismi; e dall’altro di una politica che “si occupa d’altro”, che si riempie la bocca di ‘eccellenze’ e ‘difesa del made in Italy’ e che poi nulla (o poco) fa a sostegno delle reali necessità delle imprese: costo del lavoro, fisco, logistica, energia, infrastrutture, burocrazia, diplomazia commerciale, ecc.

E la Gdo? E quelli chi li tocca… se la ridono sotto i baffi, sanno di avere il coltello dalla parte del manico. Ogni tanto calano dall’alto le loro ricette (più qualità, più programmazione, più controlli, più sostenibilità, ma tutto a prezzi bassi, ovviamente) e continuano come prima. Sono i veri padroni del mercato, l’Art.62 non gli ha fatto un baffo. Adesso c’è la Direttiva europea sulle pratiche sleali che dovrebbe mettere un po’ d’ordine nei rapporti di filiera, come si dice. Ma intanto il Parlamento la deve recepire, poi bisogna fare i decreti attuativi e stabilire le sanzioni, campa cavallo…

Lorenzo Frassoldati

direttore Corriere Ortofrutticolo

l.frassoldati@alice.it