L’INTERPROFESSIONE E IL MERCATO DI SAINT CHARLES: QUANDO I FRANCESI CI BATTONO

Mia moglie ha comprato presso un punto vendita di CONAD City a  Parma una confezione di un chilo di albicocche con scritto in etichetta: “Sapore di stagione”, origine Spagna, imballato per Agricommerce del Mercato di St. Charles, Perpignan.

Nulla di strano, perché in quel momento le albicocche nazionali in commercio erano solo quelle del Metapontino, né si può accusare CONAD di essersi fatta influenzare da AUCHAN, la cui rete doveva ancora entrare in quella di CONAD. Quanto scritto  sull’etichetta mi ha spinto, tuttavia, ad aggiornarmi sul mercato di St. Charles di Perpignan,  che ho conosciuto molti anni fa grazie alla tesi di un mio studente. Molti lettori del Corriere Ortofrutticolo conoscono già e bene per i loro interessi professionali il mercato di St. Charles, ma qualche riflessione credo che possa essere utile. Proprio il Corriere Ortofrutticolo riporta sulla edizione web da più settimane la pubblicità del St. Charles: 1.760.000 tn. di merce movimentata in un anno,  di cui il 60% dalla Spagna e 25% dal Marocco, per 1,95 miliardi di euro. Praticamente, la sola merce movimentata dal St. Charles, – il secondo mercato in Francia è Rungis con 969.129 tn. – è pari al 44% in quantità e al 42% in valore dell’export italiano nel 2018.

Anche noi abbiamo dei Mercati importanti (Roma, Milano, Verona, Bologna, Fondi e altri ancora) tra i 142 (sic!) presenti nel nostro Paese, ma i volumi movimentati da St. Charles, la partecipazione di 150 imprese, la presenza di 500 venditori bilingue e trilingue, una forza logistica di 2500 camion al giorno, di 21 mila container all’anno sull’asse marittimo e di 15.300 container all’anno su quello ferroviario, sono dati che, pure pubblicizzati sul web, fanno impressione e nessuno dei nostri Mercati sui propri siti – molti li ho consultati – si avvicina a questi numeri. Anzi, direi che molti dei siti dei nostri Mercati sono carenti di informazioni e piuttosto bruttini! Tutto questo contrasta con il fatto che l’Italia, anche se a diverse lunghezze dalla  Spagna, è il secondo produttore ed esportatore di ortofrutta d’Europa.

Aprendo l’home-page di St.Charles appare anche il logo di INTERFEL (Interprofession de la filière des fruits et légumes frais) perché SNIFL (Syndacat National des Importateurs/exportateurs de Fruits et Legumes) è uno degli aderenti. Ho aperto così il sito di INTERFEL e di Ortofrutta Italia, l’OI italiana dell’ortofrutta. INTERFEL ha rifatto da poco il suo sito, ma a parte l’aspetto grafico, mi dispiace per il mio amico Battelli, presidente di Ortofrutta Italia, ma il volume di attività, che INTERFEL fa conoscere nella parte “Plateforme numérique”, dimostra che l’OI francese, e devo dire che anch’essa non ha avuto una vita facile, è enormemente superiore a quella riportata sul sito di Ortofrutta Italia.

Purtroppo quest’anno ci lamentiamo della contrazione delle nostre esportazioni e negli ultimi anni abbiamo dovuto sopportare il ripetersi di crisi di mercato per alcune frutta (pesche, pere, agrumi, ecc.) che stanno provocando la riduzione delle superfici investite. Mi pare però che più che i piani governativi per i diversi comparti, l’ultimo pare che sarà il nuovo “Piano agrumicolo nazionale”,  è meglio che cominciamo a muoverci noi. Perché il comparto ortofrutticolo, come il resto dell’agricoltura, è così indietro nel campo organizzativo e delle infrastrutture nel nostro Paese?

Non è detto che abbia ragione, ma ho sostenuto altre volte, che a differenza della Francia in Italia l’organizzazione professionale del mondo agricolo è basata su organizzazioni di tipo orizzontale, cosiddette “a vocazione generale”, che pretendono di rappresentare gli interessi di tutti i comparti a fronte delle istituzioni pubbliche e dei sindacati dei lavoratori. Anche in Francia sono molto forti le organizzazioni professionali, in pratica si può dire che è una sola la FNSEA (Féderation nationale des syndacats d’exploitants agricoles), ma poi i diversi settori sono organizzati per filiera dove le imprese si confrontano con le imprese, in particolare attraverso le organizzazioni interprofessionali. Purtroppo in Italia, né i governi che si sono succeduti hanno mai avuto una politica chiara sullo sviluppo dell’interprofessione né le nostre organizzazioni professionali si sono impegnate per farle nascere, temendone la possibile concorrenza.

Corrado Giacomini

economista agrario, membro del Comitato di indirizzo del Corriere Ortofrutticolo