IL CAPORALATO NON SI SCONFIGGE SOLO CON LA REPRESSIONE. SERVONO ALTRE MISURE

Il direttore del Corriere Ortofrutticolo Lorenzo Frassoldati nel dare il benvenuto (si fa per dire!) al nuovo Governo nel suo commento del 12 settembre (leggi news) e presentando le sfide che dovrà affrontare, risolve il problema del caporalato chiedendo di trovare una linea che non sia vessatoria per le imprese, che snellisca e agevoli il reclutamento della manodopera, che riduca gli oneri burocratici, che chiami in causa le politiche di certe catene della GDO, sempre le maggiori responsabili del fenomeno. Insomma dice Lorenzo: “Bisogna uscire dal moralismo e delle buone intenzioni per entrare sul terreno delle best practices” (cosa vuol dire e come?). E’ una posizione di buon senso, che si trova nelle dichiarazioni di molti rappresentanti del mondo agricolo e in articoli di altri giornali di settore. Non c’è da meravigliarsi, perché nemmeno le grandi organizzazioni professionali dell’agricoltura si sono rivolte ai propri associati per stigmatizzare con forza la gravità di questa pratica e se lo hanno fatto, è solo perché pubblicamente non potevano non farlo, mentre sono pronte a difendere i propri associati “costretti” a ricorrervi.

Prima di tutto, sotto la pratica del caporalato c’è di tutto: c’è lo sfruttamento da parte dei caporali che procurano e trasportano i lavoratori sui campi e poi c’è la grande piaga del lavoro nero e sottopagato (anche 1,5 Euro all’ora come in un recente caso) da parte di aziende agricole che sfruttano, anche senza i caporali, il lavoro di disgraziati priva di ogni tutela oppure di aziende che cercano di contenere i costi per poter sopravvivere in un mercato che non riconosce le loro fatiche. Quanti sono quelli che sfruttano e quanti quelli che ricorrono a questa pratica perché costretti? Non importa, perché è sempre una colpa grave sul piano morale e legale sia in un caso che nell’altro.

Non posso non riconoscere la grave situazione di molti agricoltori che solo sfruttando la manodopera possono sopravvivere sul mercato, ma credo che nessuno possa accettare che questo giustifichi la pratica del caporalato e lo sfruttamento della manodopera. Certamente lo Stato e le stesse amministrazioni locali hanno la responsabilità di permettere la formazione di vere e proprie favelas, qualche volta peggio di quelle che vediamo nei film, dove le condizioni di vita sono tali che non possono non portare ad accettare qualsiasi tipo di lavoro e di sfruttamento. Tutto questo rientra nella grande e vera questione dell’emigrazione. Un’emigrazione che pare inarrestabile e lo è, mentre i Paesi sviluppati cercano di fermarla alzando barriere, che come tutte le barriere sono destinate prima o poi a cadere. Soltanto cercando di rallentare i flussi con interventi nei Paesi di partenza; di regolare la distribuzione degli arrivi con accordi con i Paesi di destinazione, qui una grande responsabilità ce l’ha la Comunità Europea; di aprire canali ufficiali di emigrazione e di attivare politiche di integrazione che cerchino di assorbire i tanti clandestini che girano per le nostre strade, sarà possibile affrontare alla radice il fenomeno. E’ un programma troppo vasto e con troppe variabili per poter essere realizzato con successo tutto e subito come vorremmo. E’ anche vero, che la politica delle ruspe non risolve nulla, come hanno dimostrato i pochi casi nei quali è stata attuata, perché i disgraziati sloggiati dalle loro baracche ne fanno altre più in la, perché anche lo sfruttamento permette loro di sopravvivere in mancanza di altre alternative. Anche le vittime, come capita spesso, possono essere complici dei delitti.

I dati del “Quarto Rapporto Agromafie e Caporalato” dell’Osservatorio Placido Rizzotto di FLAI CGIL, non smentiti, sono impressionanti. Il business del lavoro irregolare e del caporalato in agricoltura è stimato pari a 4,8 miliardi di Euro, a cui si aggiungono 1,8 Miliardi di evasione contributiva. I lavoratori agricoli esposti al rischio di ingaggio irregolare e sotto caporale sono stimati 400.000/430.000 e di questi più di 132.000 sono in condizione di grave vulnerabilità sociale e forte sofferenza occupazionale.

Mi domando con quale coraggio un Paese come il nostro possa sollevarsi contro le importazioni di prodotti agricoli dai Paesi sottosviluppati accusandoli di concorrenza sleale perché sfruttano, tra l’altro, la manodopera quando il lavoro irregolare in Italia incide fino al 15,5% sul valore aggiunto del settore agricolo. Un po’ tanto per un Paese che si ritiene moderno e sviluppato, dove la concorrenza sleale di coloro che sfruttano la manodopera viene esercitata anche a danno delle imprese oneste, sempre socie delle stesse organizzazioni professionali che non si sollevano contro i disonesti.

Ha ragione Lorenzo, il problema del caporalato bisogna affrontarlo con misure che incidano sulla struttura del mercato del lavoro in agricoltura. La sola repressione con la Legge n. 199/2016 non basta, non ha avuto successo nemmeno la Rete del lavoro agricolo di qualità che non va oltre un numero risibile di aziende (3.619 al 20 marzo 2019), anche il decreto annuale sui flussi migratori, fermo nel 2019 a 18.000 lavoratori stagionali nei settori agricolo e turistico-alberghiero, è del tutto insufficiente rispetto ai numeri sopra riportati. Non si può transigere però sul fatto che lo sfruttamento del lavoro in agricoltura è una pratica riprovevole sul piano morale e legale, né ci si può lavare la coscienza chiamando in causa l’inefficienza dello Stato e la “cattiva” GDO.

Corrado Giacomini

economista agrario