PERE, LA PRODUZIONE PUNTA AL MEZZOGIORNO PER SUPERARE LA CRISI

È considerata una delle strade, forse la più difficile, per dare una svolta alla crisi della pericoltura: spostare le produzioni nel Mezzogiorno.

Una tendenza che emerge innanzitutto dall’attività dei vivaisti che, secondo Luciano Trentini, tra i principali esperti del settore ortofrutticolo, vedono crescere la richiesta di materiale vegetale dalle aziende agricole del Sud Italia.

“Hanno iniziato a fare dei test di produzioni di pere in Meridione – ci ha spiegato Luciano Trentini che abbiamo incontrato durante le giornate di Futurpera – ma per avere i primi risultati occorrerà aspettare almeno cinque anni perché anche se il pero va in produzione già dal terzo anno, i primi esiti sono sempre interessanti, poi bisogna vedere le evoluzioni quando le coltivazioni andranno a regime. Probabilmente quello che sta accadendo oggi alla pericoltura è simile a quanto già accaduto con la peschicoltura che, anche per la crisi di filiera, si è spostata a sud”.

Luciano Trentini

Oltre alla possibilità produttiva ossia all’adattamento in campo delle varietà, a monte c’è anche un calcolo costi-benefici da tenere in conto. Vale a dire a fronte delle minori spese produttive (minore costo del lavoro, ad esempio, o minore costo del terreno, ecc.) ci si deve confrontare con i costi della logistica per la distribuzione che, almeno ad oggi, è destinata all’80% al mercato nazionale e al 20% all’export. Ma in questo senso il Sud si sta attrezzando sia sul fronte pubblico (vedi hub di Ferrandina, ad esempio) che su quello privato (vedi piattaforme Orsero in Puglia, fra gli altri).

La percentuale di aziende agricole del Sud Italia che compra piante di pere dai vivai è comunque ancora bassa e decisamente al di sotto del 10% del totale delle vendite. “Del resto – precisa Trentini – se l’80% della pericoltura si è sviluppata in Emilia-Romagna, dove peraltro per l’Abate Fetel esiste un Igp, un motivo ci dovrà pur essere. Bisognerebbe, prioritariamente, fare uno studio della vocazionalità dei suoli”.

Tra le aziende che stanno provando a testare delle varietà tra il Centro e sud della Penisola c’è anche Spreafico. Ce ne ha parlato il manager del gruppo Alberto Garbuglia, che abbiamo incontrato allo stand aziendale a Futurpera. “Oggi la pericolturasta cambiando – ci ha detto –. Si cerca di costruire distintività per creare valore aggiunto. Un po’ come è stato con le mele quando sono iniziati a nascere i primi marchi come Melinda. Noi al centro e sud Italia stiamo testando dei frutti siglati non ancora brevettati. Ne abbiamo sei sette al vaglio e saranno tutte delle varietà club di sementiere straniere con cui facciamo, di volta in volta ed eventualmente, contratti di concessione. Lo facciamo sia come Spreafico che come Origine Group. Ma durante la fase di sperimentazione, ogni azienda del gruppo segue le sue piste, poi quando arriva il momento di concretizzare e di avere una maggiore disponibilità di superfici, allora ci si confronta collettivamente. Dubito, però, che i test al Sud possano condurre ai risultati attesi. Penso che sia più facile che dalla pianura padana la pericoltura si sposti in Trentino, ad esempio, innalzando l’asticella dell’altitudine”.

Tentativi di produzione di pere a sud sono in corso nell’azienda agricola Arca Fruit di Bisceglie in Puglia, che si trova in un areale fortemente penalizzato dalla Xylella che ha distrutto il cuore pulsante agricolo di quel territorio, l’ulivicoltura.

“Se riuscissimo a produrre pere – ci spiega il presidente dell’Op, Sandro Curci – potremmo risolvere non uno, ma dieci problemi primo fra tutti la sostituzione degli uliveti morti con frutteti vivi. Un’operazione che si rivela benefica non solo per la sostenibilità economica delle aziende ma anche da un punto di vista di impatto ambientale e di mitigazione del rischio idrogeologico o siccitoso di terreni incolti. Sul fronte delle diverse condizioni pedoclimatiche o della salinità dei suoli, si potrebbero portare avanti dei progetti anche a livello di Gal, ossia di gruppi di azione locale, per iniziare a sfruttare le acque reflue che attualmente vengono sprecate. Attualmente c’è tanta acqua dolce che va al mare. Questa è una prospettiva concreta per il futuro. Oggi non si può pensare di continuare a fare semplicemente i contadini ma dobbiamo diventare degli imprenditori agricoli veri e propri. In Puglia non ci sono più aziende di 2mila metri quadrati come un tempo. Oggi la media poderale è di 5-10 ettari, servono progetti di lungo respiro”.

Mariangela Latella