NIENTE CHIMICA CONTRO LA CIMICE. PRODUTTORI CORNUTI E BASTONATI. MA ALMENO IN FRANCIA SCENDONO IN PIAZZA COI TRATTORI

Arriva in televisione un produttore d’olio salentino azzerato dalla xylella, dice che ha chiuso baracca e burattini, licenziato 30 dipendenti, e chiede quando arrivano i 300 milioni promessi dal Ministero (pare che manchino i decreti attuativi). Al mondo dell’ortofrutta fischiano le orecchie e sono in molti a chiedersi quando saranno resi disponibili gli 80 milioni (peraltro largamente insufficienti, solo per le pere il danno è di 300 milioni) promessi dal ministero nella lotta alla cimice. “Si rischia una Caporetto in Emilia Romagna con 20 mila aziende frutticole a rischio sopravvivenza”, attacca il presidente regionale dei frutticoltori di Confagricoltura, Albano Bergami in viaggio verso Roma con una delegazione di Agrinsieme Emilia-Romagna per incontrare (giovedì 12) parlamentari e ministro. Ovviamente si vuole capire se i soldi per la cimice arriveranno e quando, magari come si dice ‘a babbo morto’ (la vicenda xylella insegna, anche qui servono i decreti attuativi?). La sfiducia si è trasformata in scoramento alla notizia che l’Europa ci ha negato l’uso del chlorpyrifos-methyl, oggi unica difesa contro la cimice in attesa di far volare la vespa samurai (campa cavallo…).

Qualche considerazione a margine. Il Parlamento deve votare la Manovra 2020 finalmente partorita dopo mille contrasti-ultimatum-bracci di ferro entro il 31 dicembre. Ci sarà attenzione sufficiente per la frutta minacciata dalla cimice? O sarà il solito festival delle promesse e dei rimandi?
Secondo. L’Europa lancia il green new deal, benissimo. Ma se impediamo ai produttori di difendere il raccolto da parassiti, malattie e avversità con i mezzi oggi disponibili, non ci vuole molto a capire che avremo sempre meno prodotto, meno occupazione, meno presenza sul territorio e apriremo sempre più le porte all’importazione. Il green new deal vale anche per la frutta che si importa? C’è qualcuno che controlla gli standard igienico-sanitari in Turchia o in America latina?
Vedete, qui ci stiamo prendendo per i fondelli. A fine novembre gli agricoltori francesi, che sono più ‘fumantini’ di quelli italiani, hanno bloccato mezzo paese coi trattori per protestare contro il vezzo di dare tutte le colpe all’agricoltura: perdita di biodiversità, emissioni di gas serra, inquinamento da sostanze chimiche, resistenza agli antibiotici, maltrattamento degli animali e così via. Ormai chi produce in agricoltura è cornuto e bastonato: subisce tutto, intemperie e malaburocrazia, i diktat dei buyer della Gdo e dell’opinione pubblica, cimice e malattie varie che azzerano il raccolto, i rimproveri dei vari Soloni di turno… e tutto senza poter difendersi, facendo da parafulmine a tutti i guai della filiera. E – attenzione – senza poter alzare i prezzi, altrimenti i consumatori si arrabbiano. Cosa resta? Chiudere baracca e burattini, come l’olivicoltore del Salento.
Terzo, i prezzi. In giro sondaggi e interviste ‘buoniste’ , forse addomesticate, dicono che il consumatore è disposto a spendere di più per la qualità ecc ecc ecc. Poi in realtà l’unica cosa reale, tangibile, è una corsa forsennata al prezzo più basso, in tutti i settori, a partire dal food. Basta guardare il doppio mercato dei prezzi della frutta nelle catene. Alcune (poche) tengono standard alti e magari difendono il prodotto nazionale; ma tra soft e hard discount la competizione è spietata e quando vendi clementine a meno di 1 euro al chilo, nessuno si pone domande sulla distruzione del valore (e del lavoro) che c’è dietro certi prezzi.
Infine: tutte queste emergenze vengono affrontate , come al solito, da un mondo agricolo/produttivo frammentato e diviso. Tutti chiedono le stesse cose, ma da separati in casa. Si va a fondo, ma allegramente ognuno per conto suo.

Lorenzo Frassoldati

direttore del Corriee Ortofrutticolo

l.frassoldati@alice.it