EXPORT, LA GARA CON LA SPAGNA SEMBRA PERSA. MA QUALCOSA SI PUÒ FARE…

L’ultimo numero del 2019 de “L’Informatore Agrario” si apre con l’editoriale di Gabriele Canali, professore de Economia Agraria all’Università Cattolica di Piacenza, dal titolo “Ortofrutta italiana: competitività cercasi”. Questa volta mi tocca dargli ragione quando scrive che nelle cause della perdita di competitività all’export della nostra ortofrutta denunciate da voci autorevoli si è caduti ancora una volta nel vizio di soffermarsi sulle responsabilità altrui. Le cause principali vengono identificate, infatti, nei maggiori costi della manodopera (anche rispetto alla Spagna), nelle inefficienze della logistica (troppa gomma e poco treno, tempi lunghi via mare, costo del carburante troppo elevato, ecc.), nella lentezza delle Istituzioni nello sviluppo di accordi commerciali con potenziali nuovi clienti (Oriente, ma anche Sud America) e, per finire, nell’immancabile embargo russo. Rispetto a queste cause, la conclusione di Canali è che, invece, di attardarsi in lamentele sarebbe necessario spingere sull’acceleratore della ricerca sia di nuovi prodotti che di nuove forme di presentazione e confezionamento, per spostare la competizione sulla qualità piuttosto che sul prezzo. Per rispondere a queste esigenze, Canali osserva che, purtroppo, manca all’appello l’innovazione sia sul piano produttivo che su quello organizzativo.

Concordo con Canali sul richiamo al settore perché reagisca con i mezzi propri per riconquistare competitività sul mercato nazionale e, soprattutto, su quelli esteri. Non concordo, quando a sostegno della sua argomentazione porta l’esempio del successo degli ortaggi e della frutta trasformata, perché si tratta di mercati completamente diversi dal fresco. Per dargli ragione è, forse, sufficiente confrontare alcuni dati del nostro export con quello della Spagna, il nostro maggiore concorrente.

In base ai dati del Ministero dell’Agricoltura spagnolo, le esportazioni di ortofrutta, che rappresentano circa il 50% della produzione totale del comparto e sono composte per il 45% da legumi e ortaggi, sono progressivamente aumentate dal 2012 al 2017 passando da 12,147 a 13,784 milioni di tons (+13%) destinate soprattutto al mercato comunitario (93%). Nello stesso periodo le nostre esportazioni (fonte, Fruitimprese) sono rimaste pressoché stabili passando da 3,98 a 3,99 milioni di tons, composte per circa il 25% da legumi e ortaggi, ma registrano una flessione nei due anni successivi, invertendo il saldo prima positivo tra export e import. L’ortofrutta fresca esportata dall’Italia rappresenta circa il 16% della produzione totale e, come la Spagna, è diretta soprattutto verso i mercati comunitari e solo il 7% verso Paesi terzi.

Questi pochi dati bastano per evidenziare come la vocazione all’esportazione sia particolarmente forte in Spagna, mentre nel nostro Paese l’offerta di ortofrutta è rivolta soprattutto al mercato interno, anche se l’export resta una componente fondamentale della domanda, essenziale per riequilibrare domanda e offerta, che sopporta ripetute crisi per eccedenze periodiche, soprattutto, della frutta estiva. Su questa basi, si può affermare che gli effetti delle sanzioni alla Russia, pur dannose come ogni perdita di volume d’affari, non possono essere considerate responsabili delle nostre difficolta all’esportazione, se l’ISMEA calcola che nel 2013, anno precedente alla loro applicazione, l’ammontare dell’export di ortofrutta verso la Russia ammontava a 132 milioni di euro, contro un totale in quell’anno di 4,146 miliardi.

Altra osservazione è che, data l’incidenza delle nostre esportazioni di ortofrutta verso i Paesi terzi, è certamente importante che il MIPAAF si attivi per concludere accordi commerciali con nuovi clienti (Oriente, ma anche Sud America), ma salvo improbabili esplosioni delle nostre esportazioni verso questi Paesi è difficile che possano modificare significativamente il nostro volume di export, come insegna l’esperienza spagnola, che può avvalersi proprio degli strumenti che noi lamentiamo di non avere: una logistica efficiente e bassi costi di manodopera, oltre ad avere una varietà di prodotti esportabili e un’organizzazione dell’offerta più pronta a rispondere alla domanda della distribuzione moderna.

Il dato, a mio avviso, più preoccupante è la stasi delle nostre esportazioni negli ultimi anni, con segnali di flessioni in quelli più recenti, soprattutto verso i mercati della UE (per l’ISMEA, tra il 2016 e il 2018 l’export di frutta fresca segna -13,2% verso la Germania, -4,9% verso il Regno Unito, -26,5% verso l’Austria e il segno meno vale anche per altri Paesi), mentre le importazioni continuano ad aumentare arrivando a superare in quantità negli ultimi due anni l’ammontare delle esportazioni. E’ incredibile, ma il saldo negativo della bilancia commerciale degli agrumi negli ultimi quattro anni raggiunge e qualche volta supera (fonte, ISMEA) la metà del valore delle esportazioni.

A questo punto, forse non basta attendere gli interventi delle Istituzioni per migliorate infrastrutture e logistica, né si può sperare nella riduzione del costo del lavoro e del carburante perché tutto questo ricade, purtroppo, nelle inefficienze del nostro sistema Paese, bisogna allora che le imprese del settore ortofrutticolo (aziende agricole, cooperative, organizzazioni di produttori (OP), organizzazioni interprofessionali (OI), imprese commerciali impegnate sia sul mercato interno che su quello estero) agiscano con i propri mezzi adottando gli strumenti che consentono di migliorare la loro capacità competitiva. Inutile ripetere sempre le stesse raccomandazioni, contenute ancora una volta nell’articolo di Gabriele Canali, ma per un settore caratterizzato da tante e piccole aziende agricole, da una OI piuttosto silente, da ben due unioni di produttori (per fortuna la terza non c’è più), da cooperative che si confondono con le OP e da OP che mirano a beneficiare dei contributi dei Piani Operativi piuttosto che a una vera concentrazione e organizzazione dell’offerta, temo che sia difficile dare una risposta che possa migliorare la capacità competitiva dell’intero settore. Purtroppo, la stanno dando le imprese agricole riducendo le superfici investite a ortofrutta o perfino rinunciandovi.

Corrado Giacomini

economista agrario, Comitato di indirizzo del Corriere Ortofrutticolo