IL FUTURO SI GIOCA SU PRODOTTI UNICI E FACILI DA CONSUMARE

L’Asia è il mercato ortofrutticolo del futuro e la sfida, non solo globale ma anche domestica, si gioca su piatti pronti, snack e home delivery anche a causa della progressiva omologazione delle abitudini alimentari che hanno ridotto a poco più di un’ora al giorno il tempo destinato a nutrirsi.

Lo ha rivelato uno studio di SGMARKETING presentato dal suo fondatore, Claudio Scalise (nella foto), nel corso della prima parte dell’evento dei Protagonisti dell’Ortofrutta italiana, tenutosi a Genova, lo scorso 24 gennaio (leggi news). Scalise ha evidenziato come, grazie ad una crescita continua della classe media, soprattutto in Cina e India, e ad abitudini alimentari sempre più simili a quelle occidentali, da qui al 2030, il continente asiatico arriverà ad assorbire più della metà (il 56%) del fatturato ortofrutticolo globale che raggiungerà 4.848 miliardi di euro complessivi (contro i 2.100 miliardi del 2015).

Solo in Asia si passerà da un giro d’affari che nel 2015 era di 966 miliardi di euro a quasi 2.688 miliardi con una crescita del 178%, seguita – in termini di fatturato – dall’Europa che arriverà a generare un giro d’affari di 768 miliardi contro i 441 del 2015.

Più indietro il Nord America e il Sudamerica (che, nel 2030, arriveranno a fatturare circa 384 miliardi di euro ciascuno) ma, in America Latina, si registra un trend di crescita molto maggiore (+129%) rispetto agli Usa (+66%).

L’intervento di Claudio Scalise all’evento Protagonisti dell’ortofrutta italiana di Genova

Il mercato ortofrutticolo è destinato ad andare verso una dimensione sempre più globale – ha detto Scalise –. Le sfide su scala nazionale, sono soprattutto logistiche dal momento che paghiamo lo scotto di un’arretratezza dei trasporti che ancora adesso viene fatta prevalentemente su gomma mentre il mondo, soprattutto lungo le rotte est-ovest, punta sul trasporto ferroviario che è quello più sostenibile sia in termini di costi che di emissioni di CO2. Sul fronte europeo, invece, mancano ancora riconoscimenti comuni per gli accordi di scambio commerciale. Si pensi al Ceta che l’Ue ha siglato con il Canada più di un anno fa ma che ancora non apre le porte, ad esempio, ai pomodori italiani, per via delle barriere fitosanitarie. Quello che servono sono forti strategie di internazionalizzazione che possano sfruttare gli strumenti messi a disposizione dell’Europa. Come ad esempio ha già fatto il settore vitivinicolo facendo delle produzioni made in Italy un’eccellenza mondiale grazie all’Ocm di settore. Si potrebbe fare lo stesso con l’Ocm ortofrutta”.

Serve, insomma, una vera e propria rivoluzione del settore che preveda, fra le altre cose, la creazione di nuovi modelli di business per le aziende le quali, per affermarsi e competere con la marca del distributore sempre più ingombrante, dovranno proporre prodotti sostenibili e unici in termini di varietà, di gusto e di riconoscibilità del brand.

Lungo questa china, è inevitabilmente destinato a globalizzarsi anche il mercato delle sementi e delle piante dal momento che grazie alle nuove tecnologie (serre hi-tech, agricoltura 4.0, ecc.) la stessa varietà può essere coltivata in qualsiasi angolo del Pianeta.

Il consumo ortofrutticolo cresce anche in Europa per via della richiesta di prodotti sempre più salutari e sostenibili ma soprattutto facili da consumare. La stima è che si possa arrivare, da qui al 2030 ad un fatturato di 768 miliardi di euro (+74% sul 2015). Un mercato in cui l’Italia ha perso molto terreno registrando, in alcuni casi, vere e proprie battute di arresto. I dati parlano chiaro: -4,9% l’export verso il Regno Unito, -13,2% verso la Germania e ben -26,5% verso l’Austria nel biennio 2016-2018.

Per vincere la sfida sia globale che domestica – afferma Scalise – non bastano più le politiche di brand. Oggi servono prodotti unici, da consumare e da acquistare. Lo rivela il boom dell’home delivery, ad esempio, che oggi rappresenta il 30% degli acquisti ortofrutticoli in Italia. Le politiche di brand, anch’esse strategiche, arrivano dopo la creazione di un’identità forte”.

Cresce a doppia cifra il consumo fuori casa che riguarda quasi il 40% del totale del fatturato food che è complessivamente di 240 miliardi di euro. Oggi gli italiani spendono 85 miliardi in ristoranti, fast food, snack o anche home delivery, ad esempio, con il take away. Il 26% di questa spesa si rivolge agli ortaggi e solo il 4% alla frutta che, però, attraverso gli snack e la IV gamma, sta registrando una vera esplosione della domanda.

Insomma la tradizionale spesa di frutta e verdura al supermercato non funziona più come prima. Oggi l’ortofrutta si acquista al bar, presso i distributori automatici o tramite il web e si consuma direttamente nei punti vendita con sistemi di vendita-consumo.

Nell’erosione delle quote di mercato dei supermercati, la competizione tra insegne si fa sempre più accesa e ridisegna il ruolo della private label che assurge a fattore di identità della catena, di competizione e soprattutto di recupero dei costi, arrivando a coprire tutti i segmenti dell’offerta, da quella premium al mainstream locale al salutistico ecc. In questo senso la marca del distributore si candida a diventare driver dell’evoluzione sostenibile del food.

Mariangela Latella