LA MANODOPERA PER LE GRANDI RACCOLTE NON SI TROVA. ECCO COSA FANNO I FRANCESI

Per caso ho aperto il sito della Fédération Nationale des Syndicats d’Exploitants Agricoles (FNSEA), la più grande organizzazione professionale francese, e nella prima pagina del sito è apparso subito un grande riquadro nel quale appariva un altoparlante acceso da cui usciva un invito: MOBILISON-NOUS pour sécuriser nos assiettes, e continuava “La manodopera manca come non mai. E’ necessario mobilitarci per rispondere ai bisogni alimentari della popolazione”.

La FNSEA invitava quindi gli agricoltori che avevano bisogno di manodopera e chi aveva buone braccia (nell’invito è scritto che non è necessario avere fatto il liceo!) e del tempo da dedicare al lavoro in campagna a iscriversi su una piattaforma, di cui veniva riportato il sito. Sorpreso da questa iniziativa, ho continuato a cercare e ho scoperto che, in realtà, era stata lanciata dal Ministero dell’Agricoltura il 26 marzo e, secondo il presidente del Sindacato dei “Jeunes Agriculteurs”, altra forte organizzazione francese, già al secondo giorno erano iscritti 100 mila volontari che, sempre secondo il Ministero, verranno impiegati in agricoltura secondo contratti regolari e mantenendo l’indennità di disoccupazione o altre contribuzioni sociali, qualora ne usufruissero. FNSEA stima un fabbisogno di manodopera per le prossime operazioni di raccolta attorno a 200 mila addetti. Non se l’obiettivo verrà raggiunto, perché anche l’agricoltura francese ha bisogno di manodopera straniera, ma certamente è una iniziativa innovativa da apprezzare nel frangente in cui ci troviamo.

Si stima che in Italia il fabbisogno di manodopera si aggiri attorno a 350/400 mila operai, purtroppo a causa del Coronavirus abbiamo perso la manodopera che veniva tradizionalmente dai Paesi dell’Est (Polonia, Romania, Bulgaria, ecc.) per le operazioni di raccolta, soprattutto, nelle regioni settentrionali. Per fortuna (sic!) nelle regioni meridionali abbiamo ancora i famosi ghetti (Borgo Mezzanone, Rosarno, ecc), che non fanno più notizia nemmeno se scoppia un nuovo incendio tra le baracche, come è successo a Borgo Mezzanone poche settimana fa, e perfino se c’è la minaccia di diventare in questi giorni dei pericolosissimi focolai di Coronavirus per i poveri disgraziati che ci vivono e per la popolazione circostante. Ma anche quella manodopera non basta.

I sindacati dei lavoratori non vogliono che vengano reintrodotti i voucher, le organizzazioni professionali agricole li chiedono e propongono che venga ripreso l’uso di impiegare pensionati, cassintegrati, studenti, familiari e i beneficiari del “reddito di cittadinanza”, nell’ambito della politica attiva del lavoro di cui dovrebbe essere strumento. Il ministro Teresa Bellanova sta cercando di aprire “corridoi verdi” per far riprendere l’arrivo di manodopera dai Paesi dell’Est e di riattivare al più presto il decreto sui flussi migratori aumentando il numero previsto. Insomma non sappiamo come uscire da questo impasse. L’unica cosa positiva che ho sentito nel corso di una intervista al presidente di Confagricoltura, Massimiliano Giansanti, è che quella organizzazione ha deciso di espellere gli associati che dovessero ricorrere al caporalato per far fronte alle necessità di manodopera. E’ la prima volta che lo sento da parte di una delle nostre organizzazioni professionali e d’altra parte se ci sono i caporali che lucrano sulle spalle di quei poveri disgraziati vuol dire che c’è anche chi ne approfitta. Sono i caporali, sono le aziende agricole, è la grande distribuzione? Qualcuno certamente ci guadagna. Ormai i tempi stanno per scadere, bisogna trovare una soluzione che permetta di “sécuriser nos assiettes”, come dicono i francesi.

 

Corrado Giacomini
economista agrario