IMBALLAGGI, LA NUOVA FRONTIERA TRA SOSTENIBILITÀ, RIDUZIONE DEGLI SPRECHI E SICUREZZA ALIMENTARE

La sostenibilità degli imballaggi è un tema di cui a tratti si è rischiato di abusare nel corso degli anni. Certamente l’approccio si è evoluto da quando, nel 1997, è comparso sulla scena il Decreto Ronchi, emanato per rendere efficaci le direttive europee anche per la gestione del “fine vita” degli imballaggi. Da allora, gradualmente, la consapevolezza degli investimenti da sostenere per allineare tecnologia e processi ai nuovi parametri di sostenibilità ha raffreddato la tensione delle aziende verso i temi ambientali. In alcuni casi ha prevalso il maggior tempismo di una comunicazione sfociata in semplice “green washing”, mentre cresceva la consapevolezza e l’esigenza di trasparenza nell’opinione pubblica. Da qui la necessità di entrare nel merito e di misurare in maniera oggettiva i miglioramenti dei processi in materia ambientale a cui far seguire una comunicazione scientificamente solida, trasparente e inattaccabile.
Oggi dunque, dopo anni che possiamo definite di anarchia scientifica, la metodologia di analisi riconosciuta dalla comunità scientifica per misurare gli impatti ambientali è l’LCA (Life Cycle Assessment), non solo nella produzione del packaging e nella gestione del fine vita ma anche nell’intera filiera del prodotto alimentare dalla terra alla tavola fino agli effetti prodotti nel bidone della spazzatura del consumatore.
Valeria Bucchetti, docente di design industriale del Politecnico di Milano, definisce infatti il “vero packaging sostenibile” quello in grado di ridurre lo spreco, di contenuto e di materiale, e di essere commisurato alle funzioni complessive a cui deve corrispondere. In questo senso, soluzioni sostenibili sono quelle che riducono gli impatti ambientali nel complesso della filiera nella quale il packaging è compreso, partendo dalla riduzione degli sprechi – nel nostro caso ortofrutticoli – soprattutto considerando che se nel conto economico dei produttori impattano direttamente i resi da piattaforma, in prospettiva sulla reputazione dell’offerta varrà sempre di più la riduzione dei resi dai punti vendita e la soddisfazione dei consumatori. Se non si considerano questi aspetti, si rischia solo di spostare il problema, magari aggravandolo. Ridurre il packaging in alcuni casi significa proteggere meno il prodotto o non proteggerlo per nulla e quindi impattare maggiormente. Per questo è necessario ragionare caso per caso, soluzione per soluzione, e non in maniera dogmatica.
Il numero degli imballaggi certamente riflette i volumi di prodotto che richiedono il confezionamento, seguendo l’altalenante corso del mercato dell’ortofrutta. Ciò si è verificato puntualmente anche lo scorso anno. Il 2019 è stato l’anno nel quale si sono cominciati a cogliere i primi effetti dell’orientamento normativo verso tipologie di imballaggio rinnovabili, all’insegna del ‘plastic free’, specialmente per le confezioni delle unità di vendita dei prodotti freschissimi. Si sono aperte in questo caso diverse opportunità per vaschette in micro-onda. Sintetizzando, la leggera ripresa dell’export, la crescita di canali alternativi, oltre ai benefici di una maggiore attenzione, percezione e vissuto del materiale cartone ondulato, hanno arginato da un lato le altalene produttive di ortofrutta da confezionare e dall’altro l’emorragia dei consumi domestici. Da questo scenario hanno potuto trarre maggiore giovamento i sistemi di confezionamento più flessibili e rinnovabili come gli imballaggi in cartone.
Il settore è certamente competitivo e in linea con le richieste del mercato, anche grazie alle recenti innovazioni. L’imballaggio attivo è sbarcato sul mercato in quattro catene della GDO grazie all’utilizzo in buona parte dei produttori di frutta estiva. Ne è risultato, nel complesso del 2019, un moderato incremento della produzione italiana di imballaggi in cartone ondulato per ortofrutta. In questo inizio di 2020, per l’effetto Covid-19, si è fatto sentire, nella richiesta di vaschette in cartone, l’incremento del 19% dell’ortofrutta confezionata, che nella percezione del consumatore garantisce maggiore sicurezza.
Bestack si occupa di ricerca per orientare al meglio il proprio settore di riferimento. Pertanto è indispensabile capire quali saranno le priorità e quali paradigmi di acquisto si consolideranno nel tempo. Nell’ordine: sostenibilità, riduzione del food waste, prodotti sfusi o plastic free sono temi che si sono avvicendati ma che non sono superati, pur essendo stati metabolizzati e assimilati al punto da essere considerati un pre-requisito.
Silvia Zucconi, responsabile Market Intelligence di Nomisma, ci racconta che il consumatore non è disposto a un centesimo in più per la sostenibilità degli imballaggi. Il motivo è proprio questo: se ne parla da molto tempo e quindi il consumatore dà per scontato che la sostenibilità sia acquisita e il suo costo già previsto. È un tema sentito, diffuso nella collettività, e quindi non meritevole di un contributo in più da parte del consumatore.
L’arrivo del Covid19 ha rimesso in moto una delle leve fondamentali dell’economia: la ricerca dell’innovazione per differenziare e migliorare l’offerta. E c’è una priorità da soddisfare: la sicurezza alimentare, l’igiene di prodotti e processi e la salvaguardia del prodotto attraverso la protezione dal contatto nel momento dell’acquisto. In questi 3 mesi ognuno di noi ha rarefatto e massificato le occasioni di spesa alimentare indossando guanti e mascherine. Qualcuno di noi lascia pure la spesa in terrazzo per poi disinfettare i prodotti prima di portarli in casa. È quindi un tema che tocca profondamente da vicino il nostro quotidiano, per il quale si è disposti a cambiamenti significativi, che superano anche il prezzo. Per dare un’idea, il differenziale di prezzo al consumo tra il peso fisso e variabile secondo i dati GFK di inizio maggio 2020 di CSO Italy vale in media il 29,3%. Dunque, quando il consumatore ha una priorità forte come igiene e sicurezza alimentare è disposto a pagare di più.
Il cartone ondulato è tra i materiali già più inospitali per batteri e virus e la tecnologia dell’ “imballaggio attivo” riesce ad abbattere preventivamente le popolazioni microbiche presenti sul materiale. In ogni caso occorre ancora lavorare sul miglioramento dei processi. Se riusciremo a farlo, lo potremo comunicare e il consumatore potrà riconoscercelo in termini economici. Questa è sfida ma anche l’opportunità che ci è data.
Claudio Dall’Agata
direttore Consorzio Bestack