CAPORALATO, BRACCIANTI SCHIAVIZZATI: 52 ARRESTI, 14 AZIENDE SOTTO SEQUESTRO

Braccianti obbligati a lavorare dall’alba al tramonto, costretti a vivere in tuguri, “venduti” a giornata dai caporali, considerati e chiamati “scimmie”. Nei giorni in cui il provvedimento di regolarizzazione inserito nel Decreto Rilancio mostra i suoi limiti e la propria sostanziale inefficacia per i più, una maxioperazione anticaporalato, messa a segno dalla Guardia di Finanza di Cosenza fra il cosentino e Matera, scatta una fotografia impietosa della filiera dello sfruttamento nei campi. Dimostrata dai numeri. Oltre 200 braccianti venivano pagati 0,80 centesimi a cassetta per la raccolta di agrumi o 28 euro al giorno per quella di fragole, mentre le 14 aziende sequestrate oggi superano gli 8 milioni di euro di valore. Ad arricchirsi sui campi sono in pochi. E illecitamente.

Su richiesta Luca Colitta e per ordine del gip Flavio Serracchiani, agli arresti sono finite 52 persone, 12 in carcere e 38 ai domiciliari, tutte accusate a vario titolo di associazione per delinquere finalizzata all’intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro e di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Per altre 8 persone è stato invece disposto l’obbligo di presentazione alla polizia giudiziaria.

Come ricostruisce in un articolo La Repubblica, due le organizzazioni criminali smantellate. La prima viveva dello sfruttamento dei braccianti nei campi, la seconda, che contava sull’appoggio di un dipendente del Comune di Rossano,  spolpava i migranti dei pochi guadagni promettendo documenti regolari, ricongiungimenti familiari o matrimoni di comodo.

Fra gli arrestati, ci sono 22 titolari o gestori di aziende agricole, tutti italiani, che schiavizzavano i lavoratori migranti nei campi, dichiarando poche o nessuna delle centinaia di ore effettivamente lavorate. Il classico sistema del “lavoro grigio”, che in agricoltura permette di comunicare l’inizio di un rapporto lavorativo con un bracciante e solo a fine mese le giornate. E in busta paga – sempre che ci sia – sono sempre assai meno di quelle effettive.

A procurare la manodopera, 16 caporali, per lo più italiani. Erano loro a gestire i rapporti con gli imprenditori e stabilire le modalità del reclutamento, fissare le condizioni dell’impiego sui campi dei singoli braccianti, organizzare i furgoni utilizzati per il trasporto dei lavoratori sui campi, tenere la contabilità reale delle giornate di lavoro e a retribuire i lavoratori con paghe da fame, trattenendo la maggior parte di quanto versato dai titolari delle aziende agricole. Veri e propri capi di un’organizzazione criminale strutturata, alle loro dipendenze avevano anche 8 sub-caporali, in parte stranieri, incaricati della gestione dei braccianti e del loro trasporto nei campi.

I braccianti chiamati “scimmie”

“Abbiamo individuato oltre duecento lavoratori sfruttati e lesi nella loro dignità – dice il comandante della Guardia di Finanza di Cosenza, Danilo Nastasi – Questa indagine mette fine ad una situazione di illegalità che rappresenta una vera e propria piaga sociale, ma anche economica, perché falsa la leale concorrenza tra le imprese e lede profondamente la dignità umana”. Si trattava di un sistema, solido e collaudato, tutto basato sullo sfruttamento di 200 lavoratori, spesso irregolari o richiedenti asilo reclutati nei centri d’accoglienza, costretti a subire ricatti e vessazioni da parte di caporali e padroncini. “Era una vera e propria rete ben strutturata – ha spiegato il tenente colonnello Valerio Bovenga, comandante del Gruppo di Sibari – Questi braccianti sono soggetti sfruttati, considerati come oggetti di proprietà dei caporali e delle aziende”. Per loro, i lavoratori non erano uomini, ma “scimmie”.

Così li chiamavano nelle conversazioni intercettate dagli investigatori della Finanza, che per mesi hanno ascoltato imprenditori e caporali. “Domani mattina là ci vogliono le scimmie” si sente dire ad uno dei caporali travolto dall’inchiesta, a cui il suo interlocutore risponde “va bene, le scimmie le mandiamo là e qui restano 40 persone”. Quasi a marcare la differenza, come se i braccianti stranieri non fossero uomini. Con loro, padroni e padroncini lesinavano persino sull’acqua. Quando i lavoratori, assetati dopo ore di lavoro nelle serre, chiedevano almeno di poter dissetarsi, veniva data loro acqua del canale di irrigazione. “Ai neri gli mancano un paio di bottiglie d’acqua. Nel canale, gliele riempiamo nel canale – dice intercettato uno dei padroncini – Se ci sono un paio di bottiglie vuote.. hai visto quelle che trovi quando togli i cespugli? Vicino ai canali ci sono le bottiglie”.

Ultimo anello della catena della filiera del lavoro nero, pur di avere una paga, spesso da fame, i migranti erano costretti a lavorare a qualsiasi condizione, a raggiungere i campi su furgoncini e auto scassate, a vivere in casolari e ruderi privi di tutto messi a disposizione dai caporali, dietro pagamento di somme spropositate. Senza diritti né tutele, molti braccianti sono caduti nella trappola di chi, dietro pagamento di importanti somme di denaro, promette documenti regolari, organizza matrimoni di comodo, fa sperare a chi non vede i propri cari da anni di poterli riabbracciare grazie a pratiche di ricongiungimento familiare aggiustate ad hoc. Bastava un matrimonio di comodo, che durava giusto il tempo di regolarizzare la posizione degli stranieri e avviare le pratiche per un rapido divorzio. Tutto finto, tranne i guadagni dei caporali in colletto bianco.

(fonte: Repubblica)