CARA MINISTRA, FACCIAMO IL “PATTO” DI FARE FINALMENTE SUL SERIO

Ogni fiera ha un lato A e un lato B. Il lato A è quello pubblico, degli interventi ufficiali, degli appelli, delle strette di mano, dei sorrisi, dei tagli del nastro; il lato B è il non-detto, quello che tutti pensano ma che non viene esplicitato, i retro-pensieri dietro i sorrisi.

Ora non c’è dubbio che, Covid a parte, questo Macfrut Digital, esperimento coraggioso “che butta il cuore oltre l’ostacolo”, arriva mentre il settore dell’ortofrutta sta accumulando tante e tali criticità da comprometterne il futuro. I problemi sono di due ordini: di mercato-prezzi-consumi-export e di prodotto (calamità, fitopatie, perdita di prodotto e di superfici).

La ministra Bellanova, cui va tutta la nostra simpatia, ha fatto il suo mestiere. Ha parlato di rilancio e internazionalizzazione e ha chiamato il settore ad un patto: “La nuova politica agricola, le scelte di innovazione, la ricerca, il futuro verde: per mettere a valore tutte le nostre eccellenze e le nostre imprese è necessario l’impegno di tutti”. Ha anche evocato il Tavolo ortofrutticolo nazionale, di cui avevamo perso le tracce, citato per i (pochi) successi sul fronte dell’apertura di nuovi mercati. L’ortofrutta deve poi essere “protagonista nel patto per l’export e nella spesa collegata per oltre 1 miliardo di euro. Possiamo e dobbiamo migliorare la nostra presenza nei mercati esteri e far valere la forza del marchio Italia nel mondo”. Anche qui parole e cifre di impatto, però finora di questo protagonismo nel patto per l’export non ci sono neppure le premesse (sperando di essere smentito).

La verità è che sul fronte export siamo tornati indietro ai livelli del 2015, sotto i 5 miliardi di euro, e che ormai l’import è strutturalmente superiore all’export (in quantità). Stiamo diventando importatori netti di ortofrutta fresca, questo lo scenario. Le imprese restano attive, dinamiche, innovative ma devono confrontarsi tutti i giorni con le lacune del nostro sistema politico-diplomatico che non aiuta nell’apertura di nuovi mercati, con una Gdo sempre più aggressiva e che fa quello che vuole, con consumi che battono in forte ritirata, con leggi e norme che disegnano una gabbia burocratico-autorizzativa che dissuade e crea ostacoli anzichè rimuoverli. E che dire delle norme di ristoro post-Covid, che hanno escluso l’ortofrutta? La misura “Decontribuzione Sud” (sconto del 30% dei contributi previdenziali e assistenziali per tutti i dipendenti nelle aree più svantaggiate del Paese) ha escluso il lavoro agricolo. L’ortofrutta è stata ugualmente esclusa da analogo provvedimento di riduzione del costo del lavoro previsto dal DL Rilancio (426 milioni di esoneri contributivi previdenziali e assistenziali). Le imprese chiedono meno tasse, meno burocrazia, ridurre il costo del lavoro (per favorire quello legale e stroncare l’illegalità) e qui invece si va in “direzione ostinata e contraria”, per citare De André. Si rafforza così la competitività delle imprese? Ma di cosa stiamo parlando…

Non ci nascondiamo che per il “patto” invocato dalla ministra serve la concorde volontà di un comparto frammentato e diviso, che fa fatica a stare insieme in squadra, ma spetta alla politica chiamare ognuno alle proprie responsabilità, non accontentarsi di sopravvivere. Non c’è una cabina di regia dell’ortofrutta italiana con cui dialogare proficuamente? C’è però un nocciolo duro di rappresentanza formato dalla cooperazione-Aci, da Fruitimprese, dalle Unioni delle Op e dai Mercati generali con cui costruire un dialogo proficuo e che rappresenta il made in Italy dell’ortofrutta a pieno titolo. Si parla di una Europa che vuole puntare all’autoapprovvigionamento alimentare. L’ortofrutta è poi al centro della strategia Farm2Fork e del Green deal. Ci sono tanti fronti su cui lavorare per ridare all’ortofrutta la centralità che merita, per contrastare la perdita di valore che dura dal 2019. Serve la volontà di fare sul serio, di parlare per atti concreti, di mettere in agenda pochi punti e darsi i tempi per raggiungerli. Difficile? Certamente, in un paese in campagna elettorale permanente, ma non c’è alternativa se non rassegnarsi al declino.

Lorenzo Frassoldati

direttore Corriere Ortofrutticolo

l.frassoldati@alice.it