MORÌA DEL KIWI INARRESTABILE NEL VERONESE. LA SPERANZA È IL PORTINNESTO DI CERADINI

La morìa dei kiwi continua inarrestabile e perciò Confagricoltura chiede iniziative raccordate e sinergiche tra lo Stato e tutte le Regioni coinvolte e, sul fronte della ricerca, tra i primari istituti scientifici.

Si attende con interesse la prossima riunione del Comitato Fitosanitario Nazionale per fare il punto della situazione, così come l’insediamento di uno specifico Gruppo di lavoro tecnico-scientifico per coordinare le attività di ricerca. Sono sollecitate, infine, misure tempestive per il risarcimento danni dei produttori.
Si stima che la malattia, nel Veronese, abbia colpito dalla sua comparsa (otto anni fa) più della metà dell’intera superficie dedicata agli inizi, cioè 1.800 ettari. In Friuli Venezia Giulia, dove la superficie coltivata nel 2020 è di poco superiore ai 500 ettari, la moria interesserebbe circa il 10% degli impianti. Coltivazioni colpite anche in Lombardia, nella zona del Mantovano, e marginalmente anche in Emilia Romagna e in Calabria. Nel Lazio i primi casi si sono riscontrati tre anni fa, ma ora c’è una recrudescenza della malattia nell’Agro Pontino che si stima possa interessare mediamente il 20% delle superfici, quasi 2.000 ettari di piantagioni persi. Un danno enorme per un Paese che, secondo i più recenti dati della Fao, è il secondo produttore mondiale di kiwi dopo la Cina e prima della Nuova Zelanda.
Conferma Andrea Foroni, presidente dei frutticoltori di Confagricoltura Veneto e coltivatore di kiwi a Villafranca, in provincia di Verona: “Purtroppo con questo caldo anche nel Veronese stanno crollando tante piante. Sono cariche di kiwi, ma soffrono perché, non avendo più l’apparato radicale, non assorbono più acqua e quindi muoiono. Anni fa c’era una distesa di impianti di kiwi, da Villafranca a Valeggio e Mozzecane. Tutti scomparsi, a causa di questa malattia di cui non si è compresa ancora la causa, nonostante tutte le sperimentazioni messe in campo anche in Veneto. Agrea, centro studi di Verona, aveva avviato un frutteto sperimentale che aveva mostrato margini di miglioramento con una corretta gestione dell’acqua e una significativa baulatura del terreno d’impianto, oltre a un buon uso del compost. Ma dopo quattro anni anche quei frutteti sono morti. Ora riponiamo le nostre speranze nella soluzione messa a punto dal vivaista veronese Massimo Ceradini sui nuovi portainnesti (leggi news), presentati pochi giorni fa all’Agri Kiwi Expo di Latina, dove sul fenomeno si sono confrontati i massimi esperti e studiosi nazionali. L’ultima ancora di salvezza, dato che nessuna pratica agronomica finora sperimentata negli ultimi anni ha funzionato”.
Un danno enorme per la provincia veronese, che sui kiwi aveva investito con convinzione tanto da concentrare circa l’80 per cento della produzione regionale. Invece anche nel 2019 si è registrata un’ulteriore diminuzione della superficie totale coltivata ad actinidia, scesa a 2.450 ettari. E gli impianti espiantati vengono compensati solo in piccola parte dall’entrata in produzione dei nuovi impianti, messi a dimora negli anni precedenti. In Veneto nel 2019 il raccolto è stato di circa 37.100 tonnellate (-35,3% rispetto all’annata precedente) e su livelli produttivi ampiamente inferiori rispetto agli standard medi della coltura.