COLDIRETTI, PROSPETTIVE E LIMITI DEL PROGETTO CAI-BONIFICHE FERRARESI

Ho letto l’articolo “Il rilancio delle imprese passa per il CAI” (Terra e Vita n. 30, 2020) del nuovo consigliere delegato di CAI-Consorzi Agrari d’Italia, la società nata (Corriere Ortofrutticolo 28 agosto 2020) tra Bonifiche Ferraresi, i Consorzi Agrari dell’Emilia, dell’Adriatico, del Tirreno, del Centro-Sud e la Società Consortile CAI.

Capisco l’orgoglio dI Gianluca Lelli, responsabile dell’Area economica di Coldiretti, per essere riuscito assieme a Federico Vecchioni, consigliere delegato di B.F. spa, di portare a casa la costituzione della nuova CAI srl, la newco che, secondo Lelli, dovrebbe diventare “ il volano strategico e culturale dell’agricoltura del nostro Paese”. E’ certamente, come scrive Lelli un’operazione “nata grazie all’impulso progettuale, politico e sociale di Coldiretti” ma che, a mio avviso, rientra in un progetto più grande di cui fanno parte Filiera Italia, UeCoop (l’associazione nazionale cooperative di Coldiretti), Campagna Amica e altre strutture (Corriere Ortofrutticolo, dicembre 2018) che la Coldiretti ha messo in campo per trasformare il suo ruolo di organizzazione professionale agricola in attore primario delle relazioni, anche di mercato, tra i diversi interlocutori delle filiere agricole nazionali.
Mi dispiace per Lelli, ma nemmeno la grande Federconsorzi era riuscita da sola a essere il “ volano strategico e culturale dell’agricoltura del nostro Paese” , e non mi pare che nell’articolo di Lelli sia spiegato e motivato in modo esauriente perché CAI dovrebbe diventare “il riferimento del Paese per ripensare il settore dell’agroindustria e dell’agricoltura”. L’articolo si sofferma soprattutto sull’agricoltura di precisione e qui credo che certamente i Consorzi agrari possono avere un ruolo importante nella fornitura delle attrezzature necessarie. Ma non mi pare che l’agricoltura 4.0 in una struttura aziendale caratterizzata soprattutto da piccole aziende (Nomisma in una recente ricerca ha accertato che l’introduzione delle nuove tecnologie incontra un limite nelle aziende sotto i 20 ettari) possa rivoluzionare l’agricoltura italiana. E questo certamente non può bastare a CAI per favorire l’accesso a nuovi mercati, per promuovere l’integrazione verticale con attività ad alto valore aggiunto e l’acquisizione di tecnologie digitali nell’agribusiness, obiettivi importanti e assolutamente condivisibili, che Lelli annuncia, ma di cui non fornisce nessun elemento a supporto della loro fattibilità tramite CAI. Per questo ripeto, che obiettivi di tale portata potrebbero essere il risultato solo di azioni su diversi tavoli come quelli che Coldiretti si propone di sviluppare con Filiera Italia, UeCoop, Campagna Amica e ora anche con il contributo di una parte dei Consorzi Agrari che, cedendo a CAI s.r.l. il ramo d’azienda, parteciperanno a un unico disegno gestionale. Per questo Lelli chiude l’articolo rivolgendo un invito a partecipare a questo grande progetto i Consorzi che finora non hanno aderito (tutti i Consorzi agrari del Veneto, della Lombardia, del Piemonte, della Liguria e dell’Emilia Occidentale) e non sono poca cosa!
Il mio articolo apparso sul Corriere Ortofrutticolo di dicembre 2018 portava il titolo “Così Coldiretti vuole fare piazza pulita di coop, OP, OI e delle altre organizzazioni agricole”. Decisamente troppo, ed è incredibile come la grande macchina di Coldiretti continui ad avanzare senza che nessuno riesca ad opporsi o fare una proposta alternativa; ma in presenza di nulla, è persino meglio che ci sia qualcuno che abbia un progetto per la nostra agricoltura. Purtroppo il tentativo della costituzione di Agrinsieme, l’organizzazione che riunisce Confagricoltura, CIA, Copagri e ACI (Alleanza cooperative italiane) non è stata capace di sviluppare un proprio progetto, perché più che l’interesse dell’agricoltura italiana ciascuna organizzazione non riesce a rinunciare al proprio interesse di parte.

di Corrado Giacomini*

Economista agrario, Comitato di indirizzo del Corriere Ortofrutticolo