LA FORTE PRESENZA DI COLDIRETTI NELL’AGRICOLTURA ITALIANA METTE IN OMBRA IL RUOLO DI OP E OI

Ho letto tre interviste molto interessanti. Due al presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, su Il Sole 24Ore del 21 novembre (“Dai Consorzi agrari un progetto per l’Italia”) e su Libero del 22 novembre (“Dobbiamo tornare a produrre quello che la gente mangia”); la terza è una intervista a Federico Vecchioni, amministratore delegato di Bonifiche Ferraresi SpA, apparsa su Terra e Vita del 25 novembre (“Rendiamo di nuovo grande l’agricoltura Italiana”).
Tutte e tre le interviste sono centrate sul progetto di CAI Srl, Consorzi Agrari d’Italia, nato dalla partecipazione di BF SpA e quattro Consorzi agrari (dell’Emilia, del Tirreno, dell’Adriatico e del Centro-Sud), che grazie alla forza finanziaria, manageriale e tecnica di BF SpA e il rapporto diretto con il territorio dei Consorzi dovrebbe diventare la piattaforma, come la chiama Prandini su Libero, capace “di rafforzare la struttura agricola nazionale per fermare le acquisizioni (di imprese agroalimentari nazionali) e competere con i grandi operatori globali. Un soggetto in grado di operare massicci investimenti per affrontare anche l’instabilità dei mercati che la pandemia ha accentuato”.
Chi mi legge sa che non sono stato tenero con le previsioni seguite alla costituzione di CAI Srl, né con i rapporti tra BF SpA e SIS SpA, la società sementiera controllata da BF SpA e con soci alcuni Consorzi Agrari, e nemmeno con il grande disegno di Coldiretti, di cui fanno parte BF SpA, CAI Srl e SIS SpA, composto da UeCoop, Campagna Amica e, soprattutto, da Filiera Italia che, a mio avviso, è il quadro di riferimento di tutto il progetto.
Certamente qualcuno dirà che la mia posizione è frutto di pregiudizi, ma proprio per questo voglio rivederla. Di fronte a un progetto complesso e originale come è quello di Coldiretti è necessario avere una posizione, come si dice oggi, “laica” per cercare di capire senza pregiudizi i suoi obiettivi e le sue possibilità di successo. Quante volte un nuovo progetto, che solleva tanti dubbi perché fuori dallo schema abituale, ha poi avuto successo? Perché non dovrebbe averlo anche quello di Coldiretti  e BF SpA?
I due protagonisti del progetto sono indubbiamente la Coldiretti, la più grande organizzazione professionale agricola italiana, e BF SpA, società quotata in borsa e proprietaria della più grande azienda agricola italiana (10 mila ettari). Quello che confonde un po’ le acque è la partecipazione come socio di BF SpA di Cassa Depositi e Prestiti, che partecipa con la controllata CDP Equity al capitale di BF SpA con 50 milioni di euro, e la costituzione di  IBF Servizi, società che offre servizi completi per  l’agricoltura di precisione costituita da ISMEA, Istituto sottoposto alla vigilanza del MIPAAF, e da BF SpA. Perché confonde un po’ le acque? Perché il progetto di Coldiretti e di BF SpA con l’obiettivo di “rafforzare la struttura agricola nazionale” e di rendere “di nuovo grande l’agricoltura italiana” sembra avere, attraverso queste partecipazioni, diciamo, di natura pubblica, già l’approvazione del governo e del MIPAAF, per cui non pare inutile chiedersi come il progetto si colloca nella visione che governo e MIPAAF hanno dell’organizzazione e dello sviluppo dell’agricoltura italiana.

Coldiretti e BF Spa

Ragionare su BF SpA è più facile, perché è una società quotata che, per definizione, deve avere l’obiettivo di  creare valore per i soci. Non si capirebbero, altrimenti, gli investimenti che BF SpA ha fatto in Kazakistan, negli Stati Uniti e ora anche in Ghana, citati da Vecchioni nell’intervista, con l’obiettivo di fare di BF SpA “un soggetto capace di crescere e confrontarsi con i grandi player che operano nel mercato internazionale”. Ovviamente questo non esclude che una SpA quotata, soprattutto se proprietaria della più grande azienda agricola italiana, quindi fortemente radicata nel territorio, abbia delle finalità sociali, tanto più se uno dei suoi consiglieri di amministrazione è un importante rappresentante della più grande organizzazione professionale agricola italiana, Coldiretti, e se come tutte le aziende agricole italiane ha bisogno dell’intervento pubblico, per cui il legame con Coldiretti rappresenta un utile salvacondotto nei confronti sia del Ministero che delle Amministrazioni regionali.
Per una SpA delle dimensioni di Bonifiche Ferraresi con forti interessi anche nel mercato mobiliare, il legame con la più grande organizzazione professionale agricola, che gode oggi dell’appoggio dei partiti sia di governo che di opposizione, è certamente un veicolo non indifferente per raggiungere i suoi obiettivi in campo economico-finanziario.  E nello stesso tempo sia il governo che il MIPAAF appoggiando BF SpA acquistano il consenso della più grande organizzazione professionale agricola, la Coldiretti.
Lo sviluppo di BF SpA, avvenuto con l’entrata nella società di Federico Vecchioni, coincide con una svolta che la politica di Coldiretti registra in questi ultimi anni. Il passato più recente di Coldiretti è caratterizzato dall’alleanza che l’organizzazione ha promosso tra agricoltori e consumatori. Tutti ricordano le piazze piene di bandiere e di berretti gialli  a difesa del made in italy, dei prodotti a kilometro zero e dell’etichettatura di origine. Un certo momento Coldiretti aveva quasi perso la sua natura di organizzazione professionale agricola, attiva soprattutto a difesa degli interessi degli associati nei confronti delle politiche dello Stato, delle Regioni e della UE, per diventare un movimento di opinione che ha influito non poco, e molto positivamente, sull’evoluzione della domanda di prodotti alimentari nazionali e sulla sensibilità all’ambiente e alla sicurezza alimentare degli italiani.
Il successo ottenuto su questo terreno e la consapevolezza che gli agricoltori italiani non traevano, come sempre, equi vantaggi nei rapporti di filiera ha innescato prima una forte critica verso il mondo cooperativo (si veda, Il “Corriere Ortofrutticolo”, 31 dicembre 2018) a cui è seguita la costituzione di una propria centrale cooperativa, UE.Coop, che però non ha sfondato, poi la nascita di Filiera Italia, un’associazione aperta all’adesione  di realtà produttive dell’agroalimentare, e il rafforzamento di Campagna Amica con Filiera Agricola Italiana SpA,  che ha lanciato sul mercato i prodotti “Firmato dagli Agricoltori Italiani” (FDAI). Ma la vera novità è Filiera Italia, da non confondere con Filiera Agricola Italiana SpA, un’associazione a cui hanno aderito, tra i primi, Ferrero, Inalca/Cremonini, Casalasco (Pomì, De Rica), e alla quale si sono aggiunti molti importanti player dell’industria agroalimentare e anche alcune OP del settore ortofrutticolo. Cremonini, primo presidente di Filiera Italia, in una intervista su “L’Informatore Agrario” (n. 38/2018) ha bene chiarito gli obiettivi di Filiera Italia: “Vogliamo dare una voce alla filiera agroalimentare italiana attraverso una nuova forma di rappresentanza, in cui Coldiretti e campioni industriali nazionali sono uniti anche per realizzare accordi economici finalizzati ad aumentare in quantità e qualità la produzione agricola del Paese e assicurarne la massima valorizzazione senza conflittualità, ma anzi nella comune convinzione che si vince e si perde assieme”. In queste ultime righe, a mio avviso, emerge con chiarezza il vero obiettivo di Filiera Italia e di Coldiretti: con Filiera Italia Coldiretti non ha voluto creare solo una lobby a difesa dell’agroalimentare italiano, ma un operatore economico capace di realizzare rapporti contrattuali nella filiera di cui il protagonista per la produzione agricola è Coldiretti.
Le interpretazioni della volontà altrui sono sempre rischiose, ma se è vero quello che pare emergere, il nuovo ruolo che Coldiretti si è data oltrepassa l’originaria natura e funzione di rappresentanza sindacale dell’organizzazione. Alcuni fatti recenti sembrano confermare questa interpretazione, come l’accordo triennale nel 2019 tra Coldiretti e Princes, industria del pomodoro in Puglia interamente controllata da Mitsubishi Corporation, che fissa quantità, qualità e prezzi per il pomodoro consegnato da produttori pugliesi, campani e della Basilicata, quasi tutti aderenti ad OP, che però non sono state contraenti dell’accordo, perché questo è stato concluso con Coldiretti; un altro caso è quello dell’intesa sul prezzo del latte in Lombardia tra Italatte, società del gruppo Lactalis, e Coldiretti raggiunto nel mese di ottobre di quest’anno, sostituendosi a cooperative e a OP e muovendosi autonomamente rispetto alle altre organizzazioni professionali attive nella regione.
In questo quadro, nel quale Coldiretti è anche operatore di mercato è evidente l’interesse che assume l’alleanza con BF SpA che si esprime, prima nella maggioranza raggiunta in SIS, la più grande industria sementiera italiana, e  ora nella costituzione con BF SpA di CAI, Consorzi agrari italiani, che dovrebbe consentire ai Consorzi  partecipanti di superare alcune difficoltà economico-finanziarie e di immaginare la realizzazione nell’area dove questi agiscono, estensibile a tutto il Paese se altri Consorzi aderiranno, di quel progetto che secondo Prandini dovrebbe: “ rafforzare la struttura agricola nazionale”, “fermare le acquisizioni (di industrie agroalimentari nazionali)”, “competere con i grandi operatori globali” e “affrontare anche l’instabilità dei mercati”.

L’organizzazione dell’agricoltura italiana secondo Coldiretti

Come ho già scritto (Corriere Ortofrutticolo, 6 ottobre 2020), mi sembra un po’ troppo, se nemmeno la grande Federconsorzi era riuscita a tanto. E anche la speranza che CAI riesca a ridurre la dipendenza dai grandi gruppi stranieri nell’approvvigionamento di agrofarmaci e sementi mi pare difficile, quando gli stessi Consorzi agrari ne sono i maggiori distributori. Mi pare invece molto importante che anche nel mondo agricolo italiano sia nata una SpA delle dimensioni di Bonifiche Ferraresi che possa evitare quello che è avvenuto a suo tempo con Parmalat, che dopo tante incertezze da parte del mondo agricolo, è stata salvata (sic!) dai francesi di Lactalis. Giustamente Prandini ricorda il caso del salvataggio del marchio Ferrarini da parte di Grandi Salumi Italiani, di cui il regista è stato il Consorzio Granterre, grazie alla potenza di fuoco di Parmareggio, la SpA da questo controllata.
Se tutto questo non si limita solo all’azione che può svolgere una società come BF SpA, ma fa parte di un progetto a valenza nazionale da realizzare assieme a Coldiretti, la domanda che sorge è come si inserisce nel disegno della politica agraria europea che affida, non da oggi, ma oggi ancora  di più con la nuova PAC,  a organizzazioni di produttori (OP) e a organizzazioni interprofessionali (OI) la rappresentanza degli interessi della produzione nei rapporti di filiera. E’ vero, nel nostro Paese sia OP che OI non hanno avuto grande successo, ma un’altra domanda che potremmo porre è se l’insuccesso del modello organizzativo proposto dalla PAC non sia dovuto anche alle resistenze della più grande organizzazioni professionale agricola italiana, la Coldiretti, la quale ha scelto un modello organizzativo alternativo, come quello che ho cercato di descrivere.
Più sopra ho scritto che l’implicito consenso pubblico al progetto di Coldiretti che si potrebbe cogliere nella partecipazione di CDP al capitale di BF SpA e di ISMEA a IBF Servizi confonde un po’ le acque. Infatti, le linee della politica agricola comunitaria nell’organizzazione del mondo agricolo, perché possa partecipare più equamente ai rapporti di filiera, dovrebbero essere anche quelle che guidano il nostro governo e il MIPAAF.
Corrado Giacomini
* economista agrario – membro del Comitato di Indirizzo del Corriere Ortofrutticolo