BREXIT E COVID, RAGO: “A RISCHIO IL 10% DEI PLAYER DI IV GAMMA”

Se nelle prossime settimane non si arriverà ad un accordo sulla Brexit, sarà un bel problema per gli esportatori italiani di IV Gamma che nel Regno Unito fatturano, ogni anno, circa 150 milioni di euro.
 La botta del ‘no deal’ si ripercuoterà a catena, sull’intero comparto nazionale già provato dal Covid che sta chiudendo le porte di alcuni mercati in Europa, primo fra tutti la Germania. A questo si aggiunge il perdurare dell’embargo della Russia che rappresentava, per le aziende italiane, un mercato di sbocco importante.
“Se la situazione pandemica dovesse prolungarsi per altri sei mesi – afferma Rosario Rago (nella foto), presidente dell’omonimo gruppo di IV Gamma della Piana del Sele e membro della Giunta nazionale di Confagricoltura – ci saranno aziende che rischiano di chiudere. È a rischio crack almeno il 10% dei player del comparto che non riusciranno a reggere i colpi della mancanza di liquidità, del calo dei prezzi, del calo delle forniture e dell’aumento dei costi”.
L’ipotesi di una Brexit senza accordo, dal primo gennaio (ma gli effetti di questa partita ancora aperta si vedranno appieno nel luglio 2021), significherebbe per gli esportatori di IV Gamma aumento dei costi del trasporto e della burocrazia doganale con conseguente allungamento delle tempistiche di sdoganamento che, per per quanto riguarda i prodotti freschissimi, sarebbe uno svantaggio sullo svantaggio, tipico della categoria, della shelf life ridotta.
“Oggi si paga dai 200 ai 300 euro di costi fissi di documentazione per l’export – precisa Rago -. Per chi esporta maggiori volumi, naturalmente, questi costi incidono di meno sul prezzo pagato al produttore che, pre-Covid, era valutato tra i 2 euro e i 2,50 euro per la rucola, 50 centesimi in meno per lo spinacino e un euro in meno per la valeriana. Il rischio è che questi costi aumentino almeno del 20% e che vadano a gravare sui margini del produttore. Questo renderebbe probabile uno scoraggiamento all’export specie per i piccoli, ossia chi non esporta grandi quantità e quindi non riesce ad assorbire le spese di esportazione”.
La diretta conseguenza sarebbe una maggiore presenza di prodotto italiano sul territorio anche perché, sempre in caso di mancato raggiungimento di un accordo, gli importatori inglesi, per evitare di trasferire sul prezzo finale, e quindi sui consumatori (anche lì impoveriti dalla pandemia mondiale) l’imposizione dei dazi, potrebbero giocare sulla competizione dei loro fornitori principali di IV Gamma: Spagna, per il 50%; Italia, 40% e 10% California e altre piccole forniture da Israele, Grecia e Portogallo.
“In questo momento – riferisce Rosario Rago – non c’è mercato in nessun posto. Oltre al lockdown della Germania, dobbiamo anche pensare ai voli che sono diminuiti e costano di più, rendendo insostenibili le esportazioni anche verso la penisola arabica. Se pensiamo che i consumi in GDO stanno di nuovo calando fortemente, si fa presto a immaginare quanto sia grave la difficoltà in cui, con l’ulteriore tassello nero della Brexit, potrebbe precipitare il settore. È probabile che in questo scenario possano realizzarsi delle concentrazioni attraverso acquisizioni, ad esempio, di aziende in crisi oppure un aumento importante degli investimenti diretti dall’estero”.
Mariangela Latella
(fonte: Freshcutnews.it)