TOTO-MINISTRO, CHI È IMPRESENTABILE E CHI NO. COMUNQUE IL MONDO AGRICOLO FACCIA MEA CULPA

La noia, l’indifferenza, la delusione, a volte la rabbia, sentimenti con cui gli italiani guardano ormai alle vicende della politica nazionale, circondano anche l’ennesimo toto-nomi per la poltrona di ministro dell’Agricoltura dopo le dimissioni volontarie della ministra Teresa Bellanova.

Premesso che ad oggi è impossibile dire come andrà a finire la crisi di governo aperta da Italia Viva e dal voto al Senato – quindi tutto è possibile, tranne forse andare alle elezioni – si deve prendere atto che tra i nomi circolanti bisogna distinguere chi è presentabile e chi no. Certamente nella prima categoria più che presentabile è Simona Caselli, ex assessore dell’Emilia Romagna, oggi presidente AREFLH, con ottimi rapporti a Bruxelles, conoscenza dei dossier comunitari, e capacità di lavoro e risoluzione-problemi dimostrate sul campo. Il suo problema è che è fuori dai giochi correntizi del PD e che a Roma il suo partito non la appoggia come dovrebbe. Una volta la competenza era apprezzata nel vecchio PCI-PDS, adesso sembra quasi un problema. Per quello che conta, noi del Corriere abbiamo aderito alla campagna social #simonacaselliministra e ci saremo sempre. Tra i presentabili ci sono anche Susanna Cenni, parlamentare PD e vicepresidente COMAGRI alla Camera e Riccardo Nencini, leader del partito socialista, politico di lungo corso. Intendo per ‘presentabili’ persone normali, con qualche esperienza politico amministrativa alle spalle, non animati da pregiudizi anti-europeisti, non portatori di fantasiose teorie pseudo-scientifiche. Sollevano inquietudine i nomi di altri aspiranti alla poltrona di via XX settembre, il battitore libero Alessandro Di Battista o i senatori Saverio De Bonis, Alfonso Ciampolillo e Sandra Leonardo (alias signora Mastella) e non solo perché col loro voto hanno offerto un insperato supporto in extremis al governo Conte. C’è poi da considerare che i 5Stelle potrebbero spingere sul sottosegretario Giuseppe L’Abbate che sta già al ministero.

Tutto ciò premesso, e ribadito che tutto può ancora succedere, e che le cose possono andare bene (?), benino ma anche malissimo, voglio dire una cosa a quanti sui social si scatenano contro l’ex ministra, contro la classe politica, contro i ministri “incompetenti” che non sanno cos’è l’agricoltura, “che non hanno mai preso una zappa in mano”. Primo: non c’è bisogno di conoscere un settore per fare bene come ministro, basta aver voglia di lavorare, di studiare, di circondarsi di bravi collaboratori, di impegnarsi, di parlare con le persone giuste. E non essere digiuni di esperienze politico-amministrative.

Poi, scusate, se nella sfilza di ministri che si sono succeduti come trottole gli incapaci sono la stragrande maggioranza (e siamo d’accordo), se quella poltrona è diventata sempre più “merce di scambio”, perché le organizzazioni rappresentative del mondo agricolo non lo hanno mai denunciato pubblicamente, non hanno mai aperto bocca, correndo invece sempre e comunque a baciare “la pantofola” del ministro o della politica?

Quindi se il ministero si è svalutato negli anni come importanza e autorevolezza, se ha perso carisma (e con esso efficienza amministrativa e bravi direttori generali), il mondo agricolo deve fare mea culpa, non può sempre presentarsi col piattino in mano, accontentarsi delle briciole, di “sovvenzioni e detassazioni”. Deve ritrovare un minimo di schiena diritta.

Infine che dire della gestione Bellanova, iniziata ai primi di settembre 2019? Non c’è dubbio che ha lavorato molto e in condizioni difficili, dovendo affrontare un’emergenza sanitaria straordinaria e senza precedenti. L’ortofrutta però è rimasta ai margini della sua azione, il settore è rimasto escluso dalle agevolazioni fiscali e previdenziali, sono mancati gli aiuti economici diretti al settore che ha sempre lavorato e si è caricato di costi extra per le misure sanitarie, sul costo del lavoro non si è fatto quasi niente, la crisi-manodopera è stata affrontata senza tenere conto delle esigenze delle imprese che si sono dovute arrangiare in proprio.

Però si è vista a Berlino a Fruit Logistica (dopo anni e anni di assenza di un ministro) ed è già qualcosa. Ed ha capito che il settore ha bisogno dell’export come dell’aria che si respira. Ma un ministro da solo può far poco. Ha bisogno di una tecno-struttura efficiente al suo fianco e di un governo che si impegni in battaglie politico-diplomatiche per aprire nuovi mercati. E soprattutto ha bisogno di un governo che duri. Cosa che in Italia non succede (quasi) mai. Detto questo, vediamo che succede. Potremo anche ritrovarci qui a rimpiangere la Bellanova.

Lorenzo Frassoldati

direttore Corriere Ortofrutticolo

l.frassoldati@alice.it