MELA, LE NUOVE TENDENZE ITALIANE E MONDIALI IN ITALIAN APPLES 2021

Dalla produzione genericamente intesa alla differenziazione varietale, dalla tradizione all’innovazione, dalla quantità alla qualità. Sono i trend che stanno cambiando il mercato globale delle mele.
L’Italia fa la sua corsa su tutti i fronti, da protagonista. Non a caso occupa tra il 5° e il 7° posto a livello mondiale per produzione (a seconda che si considerino oppure no due Paesi che sono esclusi dalle classifiche internazionali ufficiali come India e Iran); è tra i primi tre Paesi esportatori (con Cina e Stati Uniti) e per qualità teme pochi confronti.
Sono questi i dati essenziali che emergono da Italian Apples 2021l’iniziativa editoriale del Corriere Ortofrutticolo, interamente dedicata alla mela italiana, che si rivolge ai buyer esteri. La versione digitale di Italian Apples è inviata in PDF a 2000 indirizzi e-mail di importatori e distributori internazionali in Europa e nel mondo, comprese le maggiori insegne della grande distribuzione europea, del Medio Oriente, dell’Asia e dell’America Latina. La versione cartacea verrà distribuita in occasione delle fiere di settore, appena torneranno in presenza.
Italian Apples si divide, come già avvenne per la prima edizione del 2017, in tre sezioni: where (ricca di immagini delle zone di produzione), what (ricca di dati internazionali e nazionali), who (dove si presentano imprese e imprenditori).
Per questa edizione di Italian Apples, abbiamo compiuto un sondaggio tra 20 protagonisti per avere conferma delle tendenze di fondo che caratterizzano le politiche delle aziende leader e capire come gli operatori giudicano le prospettive della mela italiana sul mercato mondiale per i prossimi anni.

La valorizzazione

Il dato principale che è emerso dal nostro sondaggio è che il primo obiettivo delle aziende è la valorizzazione. A questo proposito così si è espresso Walter Pardatscher, direttore generale di VOG: “Sicuramente le prospettive della mela italiana nel mondo sono ottime, ma ad una condizione: che la distintività delle mele italiane, grazie alla presenza di varietà in grado di esaltare i differenti territori di origine e soddisfare i gusti dei consumatori, sia sempre valorizzata con costanza e politiche di marca adeguate”. Sullo stesso tenore, anche il direttore generale di Melinda, Paolo Gerevini: “La continua valorizzazione dei nostri frutti guida la nostra strategia verso i mercati. Mi riferisco al valore della qualità, che parte dall’interno e permea la nostra intera filiera operativa. Melinda, ma direi la produzione italiana, deve puntare solo sulla qualità e deve impegnarsi affinché sia riconosciuta su tutti i mercati. Vendere la mela a bins, a container, al metro cubo non ci appartiene”.

L’innovazione

Il secondo dato importante che è emerso dal nostro sondaggio è il ruolo dell’innovazione, soprattutto per quanto riguarda le varietà, in uno scenario di mercato internazionale che vede una competizione sempre più forte, orientata soprattutto sul prezzo.
Fabio Zanesco, direttore commerciale di VIP: “Non possiamo negare che le condizioni generali siano difficili, a causa dell’accresciuta produzione mondiale e della forte pressione sui mercati. Molti produttori si stanno affacciando all’esportazione saturando mercati che erano storicamente importanti per l’export italiano. Da parte nostra stiamo investendo fortemente su sostenibilità, biologico, servizio e innovazione: riteniamo siano queste le chiavi per differenziarci e rendere VIP un first class apple partner”.
Marco Rivoira, ceo di Rivoira Group, che esporta l’80% delle sue mele, il 50% delle quali fuori dall’Unione Europea, pratica una innovazione continua pensando alla mela giusta per ogni mercato. Malgrado il rinnovato successo di alcune sue produzioni a partire da Ambrosia, non nasconde alcuni timori: “Il nostro futuro dipende anche dagli altri. Se i volumi prodotti in Est Europa continueranno ad aumentare, se la sola Polonia arriverà a 5 milioni di tons, non sarà facile”.
Massimo Perotto, direttore commerciale di Lagnasco Group, non è pessimista: “Abbiamo dalla nostra parte una buona organizzazione che garantisce la continuità delle forniture programmate e anche una conservabilità dei frutti che ci permette di raggiungere i mercati d’Oltremare da dicembre fino ad aprile-maggio, richiamando l’attenzione degli importatori nella parte medio-tardiva della campagna commerciale. Qualità e innovazione sono i punti di forza sui cui puntare nei prossimi anni”.
Silvio Canestrini, direttore del settore mele della cooperativa trentina Mezzacorona che va sul mercato con il brand “Valentina”, traccia questo scenario: “Le prospettive sono cautamente positive soprattutto per le mele prodotte nelle zone più vocate di montagna a cui molti mercati mondiali riconoscono caratteristiche qualitative di assoluta eccellenza. Nel contesto europeo, per evitare la prevedibile concorrenza basata solo sul prezzo, è strategico riuscire ad aprire alcuni mercati che valorizzano maggiormente la qualità e che attualmente sono chiusi e nei quali le mele italiane potrebbero essere adeguatamente valorizzate. Penso agli USA, alla Cina e, perché no, anche al Messico”.
Antonio Zani di Granfrutta Zani: “Le prospettive del mercato della mela Italiana in ottica mondiale sono buone se riusciamo a salvaguardare la qualità come elemento di distintività rispetto agli altri Paesi produttori. Non è più possibile competere sul prezzo, in quanto la Polonia e altri Paesi dell’Est hanno costi di manodopera troppo inferiori ai nostri. Prevediamo un buon futuro per le mele a club sulle quali continuiamo ad investire. Tuttavia, non bisogna per forza creare un club per vendere una mela, ma bisogna puntare su elementi di distintività, a partire dalla qualità organolettica”.
Anche Carola Gullino, della Gullino Import Export, pone l’accento sulla concorrenza dell’Est Europa, dove i governi hanno incentivato gli investimenti nella produzione, ma ritiene importanti i vantaggi competitivi della mela italiana: “Il nostro know how, abbinato ad un  territorio particolarmente favorevole, ci permette di arrivare ad una qualità eccellente, che viene spesso riconosciuta dai grandi distributori internazionali.
Per noi la strada vincente è puntare sul biologico e sulle varietà Club. Non dobbiamo stancarci di sperimentare per proporre al mercato varietà interessanti”.
Mauro Laghi, direttore generale di Alegra: “Stiamo parlando di uno dei frutti più prodotti al mondo, la competizione è fortissima. Difficile vincere sul prezzo. A mio avviso si deve puntare sull’innovazione varietale, su un’adeguata comunicazione, sulla ricerca di varietà croccanti, succose e con il giusto equilibrio tra dolcezza ed acidità, varietà che diano alle mele la possibilità di distinguersi sul mercato ed ottenere una maggiore remunerazione. L’Italia, su questi aspetti, è sulla buona strada”.
Prudente è Gianmauro Bergamini, presidente di Melapiù: “Nei prossimi 3 anni non assisteremo ad uno sconvolgimento nel mercato mondiale delle mele. Le mele italiane continueranno a mantenere le loro quote di mercato. Aumenterà in modo significativo la produzione e l’offerta delle nuove varietà a Club di cui ormai si è perso il conto, e probabilmente assisteremo a un graduale calo delle varietà tradizionali, ma non è detto”.

L’importanza dell’export

Nel sondaggio, le risposte alla domanda sulla quota export, rispetto alla produzione totale delle singole aziende, sono emblematiche: l’export ha una media del 56% sulla produzione complessiva delle aziende considerate, confermando l’importante ruolo dei mercati esteri per la produzione melicola italiana. Ci sono aziende con punte di export dell’80% e più, come nel caso di Rivoira e Gullino, entrambi piemontesi. Il colosso VOG esporta  la ragguardevole quota del 65% della sua produzione totale. Anche Lagnasco Group supera il 60% di quota export. Un numero ragguardevole di aziende esporta poco più o poco meno del 50%. Alegra scende al 30%, ma perché ha una sufficiente remunerazione sul mercato italiano.
Circa i Paesi esteri di riferimento dell’export anche il nostro sondaggio conferma la tradizionale leadership del mercato tedesco, che tuttavia non ha più la centralità di un tempo e per nessuna azienda ormai è un riferimento esclusivo. Anzi, ormai per ogni singola azienda, i mercati di destinazione sono molto differenziati. Subito dopo la Germania viene la Scandinavia, che insieme al Regno Unito è particolarmente interessante per gli esportatori di mele biologiche. La terza destinazione europea è la Spagna. Ma ciò che emerge con forza anche dal nostro sondaggio è l’importanza dei mercati esterni all’Unione Europea. Alcuni esportatori hanno quasi completamente abbandonato il mercato europeo. Il Nordafrica ha perso un po’ di attrattività già da qualche anno anche se non sono poche le aziende che hanno mantenuto posizioni interessanti. Crescono le destinazioni del Medio Oriente, a partire dall’Arabia Saudita, così come quelle dell’America Latina, a partire dal Brasile. L’India è un mercato difficile ma importante. Il Far East anche nella campagna 2020-21 è una destinazione minore anche se ha fortissime potenzialità. Infatti nelle risposte alla domanda sui mercati sui quali si sta indirizzando l’attenzione delle aziende, si incontrano Paesi come la Thailandia, Taiwan, il Vietnam, oltre all’Africa a sud del Sahara e a nuove destinazioni in Sudamerica. Tutte le aziende chiedono siano abbattute, con le necessarie azioni diplomatiche, le barriere che impediscono l’export di mele italiane in Cina.
Le risposte alla domanda sulle varietà di punta per i mercati esteri non fa che confermare che l’Italia è diventata un grande laboratorio di sperimentazione di nuove varietà selezionate in tutto il mondo, per cui non manca la mela adatta ad ogni mercato.
Antonio Felice

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