L’ITALIA ORTOFRUTTICOLA ARRANCA E I COMPETITOR CORRONO. L’ANALISI DI NOMISMA

La redditività dei produttori ortofrutticoli non si è più ripresa dalla crisi economica del 2008 causata dall’esplosione della bolla speculativa di Lehman Brothers negli Stati Uniti e negli ultimi undici anni è diminuita di ben 6 punti percentuali. Lo rivela la prima indagine dell’Osservatorio Ortofrutta di Nomisma costituito pochi mesi fa, e presentata nel corso del webinar organizzato da Cia – Agricoltori Italiani che si è tenuta ieri sera, dal titolo ‘L’ortofrutta e la catena della distribuzione’. 

Quello che è emerso dall’analisi di Nomisma, è un quadro impietoso che vede il settore ortofrutticolo italiano ripiegato su se stesso. Ancora troppo ancorato al mercato interno dove soccombe di fronte alla sempre maggiore organizzazione distributiva a fronte di una scarsa aggregazione produttiva. In pratica, pur essendo praticamente obbligati a ‘correre’ (e anche velocemente) verso il mercato internazionale, i produttori italiani, di fatto, sono azzoppati dai limiti infrastrutturali che pongono l’Italia al 19º posto nel ranking delle performance logistiche. 

I gap emergono sia sulle rotte del mare (inefficienza del sistema portuale e smisurata burocrazia doganale che rende i tempi di sdoganamento doppi, ad esempio, rispetto alla Spagna), sia su quelle via terra dove siamo ancora molto indietro sull’intermodalità (che è il futuro sostenibile dell’export ortofrutticolo) e dove l’Italia patisce l’effetto ‘collo di bottiglia’ dei passi del Brennero e del San Gottardo ed è ancora in attesa del terzo valico, cantiere aperto da quasi 7 miliardi di euro, che permetterà di potenziare, nel quadro del Corridoio Reno-Alpi, i collegamenti del sistema portuale ligure con le principali linee ferroviarie del nord Italia e con il resto d’Europa.

Anche per questo, negli ultimi dieci anni l’Italia è scesa di tre posizioni nel ranking dei top exporter (per valore), dal sesto al nono posto. Ranking che vede in testa, nell’ordine, Stati Uniti, Spagna e Cina. Mentre è il fanalino di coda dei 10 top importer guidati da Stati Uniti, Germania e Cina e fra i quali non figura la Spagna.

Il cronico gap con la Spagna

“Rispetto al competitor iberico  – afferma Denis Pantini di Nomisma – i dati parlano chiaro: al momento non c’è proprio gioco perché mentre la bilancia commerciale italiana tra import ed export in dieci anni è diventata negativa, nello stesso periodo la Spagna ha triplicato il suo commercio estero (+228%). Un dato che si riflette sul fatto che è il primo competitor sui nostri principali mercati di riferimento (Germania, Francia, Inghilterra e Svizzera) dove il Belpaese perde progressivamente quota. In Inghilterra, che storicamente è sempre stato un mercato strategico, nell’ultimo biennio, abbiamo perso terreno a vantaggio, oltre che della Spagna anche del Sudafrica e del Perù”.

L’export italiano degli ortaggi cresce soprattutto verso Stati Uniti (+313% in 10 anni), Polonia e Svizzera, mentre quello della frutta cresce di più in Europa, ossia verso il Belgio (+95% tra il 2010 e il 2020), Francia e Svizzera.

In aumento le produzioni Bio dove la frutta è più avanti ma gli ortaggi crescono di più: +178% dal 2011 al 2019, per circa 60mila ettari contro il +59% della frutta che ha superato i 120mila ettari.

I driver di acquisto dei consumatori

“Guardando al mercato interno che è il principale sbocco per il settore ortofrutticolo made in Italy – precisa Pantini – si nota che, tra il 2019 e il 2020, le famiglie italiane hanno speso di più in frutta e verdura ma i volumi venduti sono in calo. Tra i driver principali che guidano i consumi post-Covid, troviamo la stagionalità, che influisce sulla scelta del 63% del campione; l’attenzione a non sprecare e la preferenza per i prodotti freschi rispetto ai surgelati, entrambi importanti per il 59% degli intervistati; la qualità, 56% e il prezzo, 55%. Mentre, al ‘netto della pandemia’, i driver principali sono la ricerca di una dieta equilibrata, 27%; il fatto che l’ortofrutta fresca sia un prodotto salutare, 23% e solo il 20% del campione la compra perché è un prodotto che piace”.

In pratica uno dei terreni su cui il settore deve recuperare, soprattutto per la frutta, è il gusto che negli anni si è perso tra logiche ‘illogiche’ della catena del freddo e scelte di miglioramento varietale che hanno privilegiato resa e resistenza genetica al sapore.

Nonostante l’origine italiana sia il secondo fattore che influenza le scelte di acquisto (19% del campione, non numeri significativi, dunque), al primo posto a pari merito con le mele, la frutta più acquistata sono le banane (17% degli acquirenti di frutta).

In aumento, negli ultimi 5 anni, le importazioni dai Paesi nordafricani (+14%), soprattutto dall’Egitto, mentre diminuiscono in maniera significativa le nostre esportazioni verso questi mercati (-49%). ù

L’influenza dei cambiamenti climatici sulle produzioni

Uno scenario nefasto (diciamo le cose come stanno), che si completa con il cambio climatico e le nuove fitopatologie e che ha portato ad una progressiva riduzione dei frutteti in Italia.

“Negli ultimi 10 anni – precisa Pantini – abbiamo perso il 40% delle superfici coltivate a nettarine, il 24% dei pereti e il 19% degli agrumeti. Per contro sono cresciute le superfici coltivate a kiwi dell’8%; nocciole, 26%; piccoli frutti, +50%”. 

Volano, inoltre, le superfici coltivate a melograno che, in dieci anni sono aumentate del 2mila per cento e che già fanno presagire un futuro (neanche molto lontano) tsunami commerciale se non si trovano adeguati sbocchi di mercato.

Con il fatto ormai noto che l’Italia, un tempo grande esportatore di ortofrutta, sia ormai diventato un importatore netto, emerge il boom dell’import di avocado (+160% negli ultimi cinque anni) e la crescita più contenuta (+18% nello stesso periodo) di quello di banane.

Mariangela Latella