DALLA LOGISTICA AI TRASPORTI: I NODI DEL SETTORE CHE OSTACOLANO LA CRESCITA. “SERVE FARE SISTEMA”

Su 144 Paesi, l’Italia si colloca all’82º posto per efficienza dei porti (Fonte: World Bank). Costa meno partire dal Marocco e arrivare ad Amsterdam, per i prodotti ortofrutticoli, che andare da Pachino a Berlino. Sono alcuni dei (gravi) gap dell’Italia logistica della catena del freddo per l’ortofrutta, che ostacolano l’export e, in genere la crescita del settore ortofrutticolo del Belpaese.
Ne consegue che è una delle priorità che gli operatori del mondo ortofrutticolo e in genere agroalimentare, stanno sottoponendo al legislatore in questa fase delicata di costruzione del PNRR, il Piano nazionale di ripresa e resilienza la cui stesura si sta rivelando piuttosto delicata considerati i colpi di coda significativi del settore secondario ovvero manifatturiero e industriale, affossato da decenni in Italia e tristemente capitolato non senza colpi di scena. Si vedano, a titolo esemplificativo, le sorti di molte delle più grandi industrie, orgoglio italiano, che – in tempi d’oro – sono riuscite a fare del nostro Paese la settima potenza mondiale.

L’agricoltura post-Covid reclama il suo ruolo cardine nella costruzione delle future politiche del Paese, a maggior ragione alla luce della politica europea del New Green Deal (che richiama alla memoria il New Deal Roosveltiano USA, ma solo nella speranza che sia di buon auspicio) e alla luce dell’importanza che questo pilastro economico, il settore primario, ha dimostrato e sta dimostrando con la tenuta durante la pandemia nonostante la corsa ad ostacoli che, di fatto, l’emergenza Covid ha rappresentato per la catena di fornitura.
È quanto è emerso nel corso del webinar organizzato da Cia – Agricoltori Italiani dal titolo ‘L’ortofrutta italiana e la catena della distribuzione’ che ha messo attorno ad un tavolo virtuale tutti i principali player del settore ortofrutticolo. La parte agricola, la logistica, la distribuzione all’ingrosso e la Gdo.
“La mancanza di rappresentanti politici a questo tavolo è voluta – ha detto Dino Scanavino, presidente di Cia – Agricoltori italiani -. I decisori politici che si concentrano sul prodotto italiano e denigrano quello che viene da fuori, non fanno il bene dell’Italia. Il nostro vero problema è la mancanza di servizio all’agricoltore. L’orientamento delle scelte del consumatore verso prodotti made in Italy sarà pure in crescita ma rappresenta, per l’Osservatorio ortofrutta Nomisma, il 19% del campione. Non stiamo parlando di cifre strabilianti. Di fronte ai limiti che, con il Covid sono finiti senza pietà sotto i riflettori, quali il problema degli sprechi o della mancanza di intermodalità nella catena di distribuzione ortofrutticola, servono azioni di coordinamento tra gli operatori che permettano di generare economie di scala. In questo senso, sì all’aggregazione ma solo se efficiente, ossia se garantisce il raggiungimento degli obiettivi prefissati attraverso la condivisione di un percorso comune. La politica dovrebbe sostenere solo l’aggregazione efficiente che dimostra la reale condivisione dei percorsi. La verità è che noi produttori sappiamo già fare squadra ma il problema è politico perché mancano contenitori, linee di indirizzo e una regia. Se vogliamo affrontare il mercato aperto dobbiamo necessariamente diventare efficienti”.
Mentre si dibatte sul tema se l’internazionalizzazione delle imprese agricole sia necessariamente una questione di grandi gruppi e non di piccoli produttori o meno, gli equilibri dell’economia mondiale stanno cambiando. “Si stanno spostando sempre più verso il continente asiatico – ha detto Luca Lanini, docente di Logistica e Supply chain management all’università Cattolica del Sacro Cuore di Piacenza -. L’Asia cresce a scapito del continente sudamericano di cui non si parla più da un po’. Il futuro dell’export ortofrutticolo è l’intermodalità. I treni oggi portano i semirimorchi ma non siamo ancora riusciti a risolvere il problema dell’approvvigionamento energetico dei carichi, tramite i treni. La tempesta perfetta della nostra logistica, inoltre, è la duplicazione dei costi dei noli portuali e del fatto che non siamo ancora pronti a lavorare sulla logistica aerea mentre sul fronte trasporto su gomma in Italia mancano 30mila autisti. E se si va verso i Paesi del nord Europa il numero aumenta”.
Lanini è stato recentemente chiamato dal Car proprio per curare un progetto della logistica dell’ultimo miglio per la distribuzione dei prodotti nelle città che cavalca l’esplosione dell’e-commerce e dell’home delivery.
“Abbiamo in mente – spiega Fabio Massimo Pallottini, – direttore generale del Car di Roma e presidente di Italmercati – di creare un market place nazionale dei mercati all’ingrosso per distribuire ortofrutta ma anche pesce e carne, attraverso una piattaforma digitale che rappresenterà un’alternativa alla vendita a vista. Questo progetto, vedrà i mercati come degli hub logistici che dovranno necessariamente puntare su trasporti sostenibili. Un’evoluzione naturale se si considera che gli spazi che sono cresciuti di più dentro i mercati all’ingrosso, sono quelli destinati alla logistica”.
L’idea di spingere sulla creazione di hub logistici a servizio degli importatori nordafricani, ad esempio,  che guardano al mercato europeo, è condivisa e rilanciata da Renzo Piraccini, presidente di Cesena Fiere e patron di Macfrut. “Potremmo creare dei servizi logistici, ad esempio per l’uva da tavola precoce degli egiziani, che si rivolge al mercato europeo. Ma per fare questo dobbiamo avere un sistema logistico efficiente perché le imprese possono arrivare fino ad un certo punto, dopo entra in gioco il sistema. Fare una fiera, che è una vetrina, è uno dei giochi di squadra che si può fare”.
Secondo Piraccini, non tutte le filiere hanno bisogno di aggregazione. “Quella delle mele, del kiwi e dell’uva da tavola stanno lavorando bene – chiosa -. Sulle mele possiamo aumentare la produzione e diventare efficienti per arrivare a competere con la Polonia ma il problema è su tutte le altre filiere. Qui bisogna fare aggregazione ma solo dove serve e prendere ad esempio il modello spagnolo“.
La strada verso una concentrazione agricola sembra un percorso obbligato se si considera la progressiva perdita di redditività delle aziende agricole. “Con il fatturati che mediamente abbiamo – afferma Luca Battaglio, presidente dell’omonimo gruppo torinese – è impensabile che si possa sopravvivere sul mercato globale. Fare sistema è un obbligo. Importante anche puntare sulla qualità della frutta. Non è un dato confortante che, secondo Nomisma, solo il 20% degli italiani mangi la frutta perché gli piace. Questo vuol dire che bisogna lavorare di più sul gusto”.
A conferma di queste considerazioni, la testimonianza di Claudio Mazzini, responsabile Freschissimi di Coop Italia che rivela come “i volumi venduti, soprattutto della frutta, sono in netto calo nonostante l’Italia sia il Paese europeo che consuma più ortofrutta. L’errore che ha cambiato la logica del prodotto, è stato quello che si potesse fare la frutta come si fa un prodotto industriale. E abbiamo imparato che così non è. Ma se dobbiamo iniziare a lavorare con frutta buona, bisogna anche che la catena del freddo stia al passo. In un anno di Covid, il prodotto confezionato è cresciuto di 10 punti percentuali mentre prima il trend di crescita annuo era del +1%. Questo ci pone davanti ad un nuovo problema: come gestire questa mole di plastica in crescita che si sta sviluppando”.
Mariangela Latella