UVA, INTESA TRA TECNICI DELLA CUT E LA FILIERA PRODUTTIVA PER IL FUTURO DEL COMPARTO

La viticoltura da tavola italiana è caratterizzata, nella stragrande maggioranza dei casi, da imprese agricole di medio-piccole dimensioni concentrate soprattutto negli areali di tradizionale vocazione alla coltura, vale a dire Puglia e Sicilia.

Negli ultimi 10 anni si è assistito alla costituzione di numerose organizzazioni di produttori che, mettendo insieme piccoli e grandi viticoltori, hanno consentito e consentono di concentrare l’offerta della produzione, di standardizzare la qualità delle uve e, soprattutto, di far evolvere la produzione con tecniche colturali sostenibili e innovative. Tale evoluzione, ormai irreversibile, è accompagnata purtroppo da un costante aumento dei costi di produzione per gli adeguamenti aziendali ai requisiti di sostenibilità ambientale e sociale.

Il paesaggio degli areali di coltivazione della vite da tavola si è modificato notevolmente verso la fine del secolo scorso, con l’estendersi della monocoltura dell’uva. Oggi si assiste ad una inversione di tendenza con l’aumento di coltivazioni diversificate (orticole e frutticole) e con l’incremento delle zone di rispetto e di salvaguardia delle specie utili, in quanto l’evoluzione culturale dei viticoltori li ha resi più consci della necessità di migliorare un territorio nel quale la presenza della filiera viticola e del suo indotto ha consentito uno sviluppo importante dell’economia. Attualmente si assiste ad una accelerazione del processo di evoluzione delle tecniche di coltivazione e protezione delle colture sempre più rispettose della salute degli abitanti e degli operatori, dei consumatori e dell’ambiente. È una sfida che tutto il comparto ha intrapreso da diversi anni tanto che sono nate differenti iniziative atte a fare emergere comportamenti virtuosi nel campo dell’innovazione colturale adottando un approccio sostenibile, primo fra tutti il “Premio Bella Vigna”.

Con uno sguardo costantemente rivolto all’innovazione sostenibile, punti di forza della viticoltura italiana sono le tradizionali operazioni colturali che consentono il raggiungimento di standard qualitativi elevati possibili grazie all’impiego di manodopera altamente specializzata sin dall’impianto del vigneto. Il sistema che offre buone garanzie per una produzione di qualità dell’uva da tavola è il “tendone”. Il tendone tipico, a doppio impalco, che in alcuni casi si è evoluto verso un sistema ibrido a Y, è ispirato ai seguenti concetti:

1) consentire l’esposizione al sole del maggior numero di foglie per l’ottimizzazione della fotosintesi;

2) agevolare la meccanizzazione;

3) favorire un buon arieggiamento ed illuminazione dei grappoli; 4) agevolare ed ottimizzare il lavoro degli operatori.

Alla potatura invernale seguono una serie di potature verdi, con ingenti costi di manodopera, che servono ad eliminare il materiale vegetativo in eccesso, a favorire l’arieggiamento e l’illuminazione dei grappoli per creare già i presupposti per un ambiente sfavorevole allo sviluppo di patogeni e parassiti e per migliorare la qualità della produzione.

Altre operazioni manuali di fondamentale importanza per il raggiungimento di elevati standard qualitativi sono la sistemazione e diradamento dei grappoli e gli interventi di potatura del grappolo: L’asportazione dei grappoli tende ad equilibrare il carico produttivo della pianta rapportandolo allo sviluppo vegetativo della stessa. Gli interventi sul grappolo con asportazione delle porzioni apicali, delle ali e degli acini che dimostrano una scarsa capacità di evoluzione, da realizzarsi preferibilmente quando il grappolo passa dalla fase erbacea e gli acini hanno raggiunto circa i 2/5 del diametro massimo, si concludono prima dell’invaiatura.

Con i suddetti interventi si stimola da un lato l’accrescimento delle bacche restanti e dall’altro si consente un armonico sviluppo degli acini e di tutto il grappolo. L’intensità di questi interventi è correlata al livello qualitativo che si intende raggiungere, con particolare riferimento al contenuto zuccherino (° Brix) e al colore tipico della varietà coltivata.

Tutti questi interventi richiedono un importante impiego di manodopera specializzata di cui non è possibile fare a meno e che caratterizzano l’uva prodotta in Italia per i suoi elevati standard qualitativi.

Notevoli passi in avanti sono stati fatti nella gestione del suolo e nel campo della nutrizione della vite con il ricorso ad una ridotta lavorazione o alla non lavorazione del terreno, agli inerbimenti temporanei e permanenti, miranti a preservare la sostanza organica del suolo che notoriamente influenza l’emissione di CO2 in atmosfera. In quest’ottica, nel comparto è diffuso l’utilizzo di concimi ed ammendanti organici, proprio per preservare e possibilmente migliorare la fertilità dei suoli. Parallelamente è in espansione l’adozione di sistemi di supporto alle decisioni che consentono un razionale impiego dei fertilizzanti per conseguire una notevole riduzione dell’apporto di elementi minerali e soprattutto ridurne le perdite per ruscellamento superficiale, lisciviazione in falda e volatilizzazione (gas serra). Ormai da anni in viticoltura da tavola la gestione della nutrizione si avvale dell’impiego di biostimolanti, rappresentati da sostanze naturali e da microrganismi utili (micorrize, rizobatteri) che rendono altamente più efficiente l’assorbimento degli elementi nutritivi con un miglioramento della qualità del prodotto e una maggiore capacità della pianta a gestire gli stress ambientali e biotici. Le tecniche adottate sono tutte in accordo con il Green Deal europeo e con la strategia “from Farm to Fork” (dal produttore al consumatore) riguardo alla riduzione delle perdite degli elementi nutritivi e conseguente impiego degli stessi.

I sistemi di supporto alle decisioni (Decision Support System – DSS) sono utilizzati in molte aziende anche per verificare lo stress idrico della coltura e procedere in maniera automatica all’irrigazione fintanto che la pianta non avrà raggiunto le condizioni idriche ottimali. Tale approccio consente di ottimizzare il consumo di acqua irrigua, notoriamente un bene limitato.

Dagli anni ’80 del secolo scorso c’è stata l’introduzione, l’evoluzione e l’affermazione della coltura protetta in viticoltura da tavola. Il ricorso alle coperture presenta notevoli vantaggi per la qualità e costanza della produzione che non è soggetta agli eventi meteorici avversi quali grandine, abbondanti piogge, gelate che, in passato erano causa dell’aleatorietà delle produzioni. Inoltre, l’uso degli apprestamenti protettivi consente una sensibile riduzione dell’impiego di mezzi tecnici per il controllo dei patogeni e parassiti, rendendo attualmente la coltura altamente sostenibile da questo punto di vista. È evidente che questo approccio, se da un lato consente di ottenere una produzione di elevata qualità e salubrità, presenta delle criticità sia di carattere economico, per la notevole incidenza degli apprestamenti protettivi sui costi di produzione, che di tipo ambientale. Le prospettive immediate del comparto sono quelle di attenuare tali aspetti mediante il riciclo all’interno della stessa filiera del materiale plastico residuo mediante depolimerizzazione per la produzione di carburanti da impiegare nel settore agricolo nell’ottica di un’economia circolare. Le prospettive future della filiera sono quelle di impiegare materiali plastici di origine biologica, attualmente disponibili tecnicamente ma economicamente ancora non sostenibili, per poter chiudere al meglio il ciclo dei materiali nel settore agroalimentare senza impiego di derivati del petrolio.

Un aspetto particolarmente delicato è rappresentato dalla difesa integrata ormai da anni adottata in viticoltura da tavola. L’assistenza tecnica agli agricoltori è nata a fine degli anni ottanta del secolo scorso proprio per implementare i principi della difesa integrata tra gli agricoltori, all’epoca, più evoluti. Inoltre, anche le campagne di sensibilizzazione della Grande Distribuzione Organizzata (GDO) italiana e straniera agli inizi del XXI secolo hanno contribuito alla crescita culturale della viticoltura italiana. Risulta ormai assolutamente indispensabile per il viticoltore da tavola far ricorso a consulenti per l’ottimizzazione non solo della difesa ma anche della gestione sostenibile di tutti i fattori della produzione. Infatti, durante il ciclo colturale, in campagna è tutto un brulicare di operatori del settore e di tecnici altamente specializzati che osservano l’andamento vegeto-produttivo, si scambiano impressioni ed informazioni per la miglior riuscita dell’annata viticola. Nelle aziende vengono adottate tutte le tecniche colturali e sistemi di produzione atti a ridurre la pericolosità degli organismi nocivi e delle malattie: operazioni in verde, gestione ottimale della nutrizione e del suolo, impiego di biostimolanti, coperture con film plastici. La gestione delle strategie di protezione è oggi molto più complessa rispetto al passato per il miglioramento delle conoscenze, per tutta una serie di nuovi prodotti fitosanitari con profili tossicologici ed ambientali notevolmente migliorati (mezzi biotecnici, microbiologici, induttori di resistenza delle piante). In tal senso, i disciplinari regionali di protezione integrata costituiscono senz’altro un documento ufficiale di riferimento. Anche in campo fitoiatrico si stanno diffondendo i DSS per individuare se e quando le condizioni ambientali sono tali da creare situazioni di difficoltà per il controllo delle malattie più importanti dell’uva da tavola quali oidio e muffa grigia, mentre il controllo della peronospora è meno problematico nei vigneti coperti con teli in polietilene in cui le condizioni termo-igrometriche impediscono lo sviluppo della malattia. Sulla base delle condizioni di campo vengono impiegati differenti antagonisti microbici, induttori di resistenza, sostanze di base e solo come “estrema ratio” prodotti fitosanitari ad attività specifica, cercando di evitare i fenomeni di resistenza.

Per quanto riguarda i fitofagi dell’uva da tavola, gli ultimi quindici anni hanno visto l’introduzione e l’affermazione della tecnica della confusione sessuale per il controllo della Lobesia botrana, meglio conosciuta come tignoletta. La tecnica consiste nel predisporre nel vigneto un congruo numero di erogatori di feromoni femminili che, rilasciando gradualmente nell’aria feromoni sessuali simili a quelli emessi dalle femmine per attirare i maschi dell’insetto, disorientano gli adulti, ostacolandone gli accoppiamenti. È una tecnica ampiamente utilizzata anche in agricoltura biologica e che si è evoluta con l’uso di erogatori biodegradabili o di puffer, sistemi di erogazione temporizzata dei feromoni. Un approccio simile è stato adottato anche per il controllo del cotonello, una cocciniglia parassita dell’uva.

Anche per il controllo del tripide occidentale dei fiori (Frankliniella occidentalis), che nel passato ha creato grossi problemi alla viticoltura da tavola, sono in atto approcci sostenibili quali la semina della Phacelia tanacetifolia, pianta che fiorendo contemporaneamente alla vite attrae a sé la popolazione del tripide, o il lancio di predatori Antocoridi come Orius laevigatus e Orius niger.

In conclusione, l’approccio olistico alla difesa integrata dell’uva da tavola, in fase di attiva evoluzione, certamente ha la stessa vision delle strategie europee dei prossimi anni miranti alla riduzione dell’impiego di prodotti fitosanitari di sintesi più pericolosi, delle esigenze dei cittadini, del consumatore e della salute dell’ambiente. Lo sforzo di tutta la filiera a riguardo è massimo poiché è in gioco la salute degli operatori e dei consumatori.

Certamente le sfide sono molto importanti e tutta la filiera è interessata a migliorare la qualità delle produzioni con approcci che devono essere sostenibili, quindi tecnicamente ed economicamente fattibili, anche se a volte i ricavi non remunerano adeguatamente gli imprenditori agricoli, considerato che i rischi per gli operatori aumentano per effetto anche dei cambiamenti climatici e per l’introduzione di patogeni e parassiti alieni.

Considerato il contesto della produzione descritto, la volontà è quella di ridurre al massimo l’impiego e quindi i residui dei prodotti fitosanitari nell’uva da tavola, mirando all’ottenimento anche di un “residuo zero”. Ma la qualità non può essere definita soltanto da questo seppur importante requisito! I percorsi verso approcci sostenibili di tutta la filiera sono irreversibili e in continua evoluzione con spinte in avanti da esempi di produzione di uva da tavola biologica e biodinamica.

Il messaggio che si vuole trasmettere con questa nota è quindi lo spirito di sfida che investe tutto il settore che mira ad ottenere un prodotto di qualità globale che possa soddisfare appieno le esigenze del consumatore con un approccio sostenibile cioè rispettoso dell’ambiente, dell’uomo ma che possa al contempo essere realizzabile cioè, risultare remunerativo per gli operatori.

Il Comitato Tecnico Scientifico CTS della Commissione Italiana Uva da Tavola (CUT), pertanto propone alla CUT i seguenti obiettivi da raggiungere auspicabilmente nei prossimi cinque anni:

  1. implementazione della confusione sessuale nella gestione integrata degli insetti chiave nel 50% delle superfici coltivate a uva da tavola della CUT;
  2. ottimizzazione della gestione del suolo con arricchimento della sostanza organica e aumento della biodiversità mediante il raggiungimento del 30% delle superfici inerbite;
  3. implementazione di sistemi irrigui innovativi e/o di sistemi di supporto alle decisioni al fine di ridurre il consumo di acqua irrigua del 20%;
  4. aumento della biodiversità e del decoro del territorio rurale mediante, ove possibile, la piantumazione di specie diverse dalla vite lungo i confini e/o nelle aree marginali aziendali utilizzando preferenzialmente specie autoctone nel 20% delle aziende associate.