MACFRUT, PIRACCINI ESULTA: “OTTIMI RISCONTRI IN FIERA. IL SETTORE HA VOGLIA DI RISCATTO”

Un evento al di sopra delle aspettative anche se forse, siamo ancora lontani da un vero e proprio miracolo Macfrut annunciato durante la campagna di lancio. Con la formula della presenza dei buyer internazionali in parte in presenza e in parte sulla piattaforma di Macfrut Digital, la fiera di Rimini, come tutte quelle della ripartenza, si è svolta a regime ridotto.

Ne parliamo con Renzo Piraccini (nela foto), patron di Macfrut e quest’anno anche di Fieravicola, in un’intervista realizzata alla fine della seconda giornata di lavori per tracciare un primo bilancio dell’evento che chiuderà i battenti oggi.

Come è andata l’edizione Macfrut della ripartenza?

“Non siamo soddisfatti, di più. Neanche nel periodo migliore di ottimismo avremmo mai immaginato un evento fieristico di questo livello. Non abbiamo ancora i dati del secondo giorno (ndr.: l’intervista è stata realizzata l’8 settembre, il secondo di tre giorni di fiera) ma già sappiamo che il primo giorno abbiamo avuto il 26% in meno di visitatori rispetto al 2019 ed è un risultato straordinario”.

Quali impressioni ha ricavato dal suo dialogo con i player presenti in fiera?

“Che questa fiera, nonostante tutte le difficoltà del caso, si è confermata come vero valore per la filiera. Negli ultimi anni c’è stato chi ci credeva e chi non ci credeva, ma adesso possiamo dire che i galloni ce li siamo conquistati sul campo. Credo che la ripartenza ci abbia aiutato anche perché la gente ha voglia di uscire, ha voglia di ricominciare a muoversi. Si respira un grande ottimismo e anche una grande voglia di riscatto dell’ortofrutta italiana la cui produzione esce da un anno molto difficile e quasi drammatico”.

Come sta cambiando, dal suo sguardo di osservatore privilegiato, l’approccio della filiera ortofrutticola al grande cambiamento del mercato che è in atto e che è stato accelerato dal Covid?

“Non dobbiamo dimenticare che questa non è solo la fiera della produzione. Qui c’è anche la componente delle tecnologie che forse è maggioritaria rispetto alla produzione. E le tecnologie italiane sono veramente leader mondiali. Poi c’è tutto il resto della filiera. Sì, siamo in una fase di grandissimo cambiamento, quasi di rivoluzione e c’è anche un altro aspetto importante che nessun’altra fiera europea segue come noi e che non deve essere considerato un merito di Macfrut ma degli esperti lavorano con Macfrut. Penso a tutto il discorso delle berries che ha avuto un successo clamoroso, penso al progetto delle prove in campo il cui merito è di Luciano Trentini e del Centro Studi Germano Pattaro. Penso anche a tutti gli eventi che sono stati partecipatissimi”.

Nei discorsi inaugurali che hanno preceduto il taglio del nastro, si è messa in evidenza, ancora una volta la necessità di fare sistema. Macfrut, quest’anno, ha fatto sistema con fiera di Forlì oltre che con Rimini Fiera. Ma c’è un altro elemento del sistema fieristico emiliano-romagnolo che fa sistema con voi, ossia Cibus.

Come è andata la partnership con Fiere di Parma che aveva ad oggetto il tour dei buyer tra Parma e Rimini?

“Quest’anno la sinergia non c’è stata per il semplice fatto che eravamo in due settimane diverse. Adesso il nostro obiettivo è di ritornare a maggio e penso che anche loro ci saranno, per cui faremo in modo che corrispondano le date. Anche perché non c’è un problema di sovrapposizione con Cibus. Un po’ perché Parma non ha degli spazi enormi, ma, in condizioni normali il mondo del fresco lì non c’è. C’è un po’ di IV e V gamma, ma i buyer dell’ortofrutta della Gdo sono qui a Rimini”.

Restando ancora sul tema Cibus, quest’anno Caravita, il brand manager della fiera, ha lanciato l’idea di una versione ‘Cibus International’ sotto l’egida dell’ICE, un lavoro che ricalca in qualche modo le orme di quello al cui lei, con Macfrut, si sta impegnando da tanti anni.

Cosa ne pensa?

“Penso che l’idea di internazionalizzare sia un elemento fondamentale”.

Anche insieme?

“Assolutamente sì. Dobbiamo dire che questa idea con l’ICE, la conosce bene anche Antonio Cellie amministratore delegato di Fiere di Parma. Il problema è che le cose sono sempre più facili da dire che da fare”.

Perché?

“Perché chiaramente ognuno ha un suo modello di fiera, lo dico francamente”.

Vero. Come può incidere in questa direzione il suo ruolo all’interno di AEFI, l’Associazione delle fiere italiane, sull’attività di internazionalizzazione dei trade show del Belpaese e quindi delle nostre aziende.

“Bisogna lavorare in questa direzione. Credo che ci sia l’esigenza di accompagnare le imprese nel processo di internazionalizzazione. Ritengo che un po’ dobbiamo riflettere. Adesso aspettiamo di vedere i risultati di questa stagione fieristica”.

Più che dei numeri sulle fiere del New Normal, vorrei potere spostare la sua attenzione, per un attimo, sulla ripresa del dialogo diretto dei player anche in considerazione degli orizzonti che abbiamo davanti e degli strumenti a disposizione. Penso a tutti i soldi che stanno per arrivare dall’Europa anche sul tema della promozione.

“Appena finirà Macfrut faremo una sintesi nostra e nell’arco di una settimana tireremo le somme. La nostra disponibilità e apertura, c’è. Siamo interessati, come Macfrut e come Fieravicola, a partecipare a dei progetti per internazionalizzare la filiera”.

Intende collettive all’estero?

“Non solo. Anche fare degli eventi con nostri espositori per promuovere tutto quello che serve alle imprese. Il mio motto è: io non voglio sapere cosa le nostre imprese possono fare per me, ma voglio sapere cosa posso fare io per le imprese. Noi siamo una vetrina. Pensi che i risultati di internazionalizzazione di quest’anno sono il frutto di tutto il lavoro che abbiamo fatto online di presentazione della fiera, durante un anno e mezzo di Covid. Ci sono un sacco di Paesi nuovi che sono arrivati grazie ai contatti sulla piattaforma digitale. I dipendenti di Cesena fiera, per farle capire, non hanno fatto un’ora di cassa integrazione. Noi siamo in pieno sviluppo. Abbiamo chiuso bene il 2020 e chiuderemo meglio il 2021”.

Un tema che emerso dal confronto tra gli operatori, è che l’Italia, che è uno dei principali produttori Bio europei e in genere l’Europa, esportano pochissimo Bio nei Paesi III perché il settore è caratterizzato prevalentemente da piccole aziende di qualità che, come da lei dichiarato, rappresentano una parte importante del target di Macfrut.

In che modo può incidere, da un punto di vista di promozione, il settore fieristico nel processo di internazionalizzazione delle aziende Bio visto che la maggior parte di loro sono PMI e quindi non strutturate per esportare?

“Fino ad oggi abbiamo avuto solo due modelli. Il modello che le società fieristiche organizzavano degli eventi nel proprio quartiere fieristico oppure quello dell’Ice che accompagnava le imprese italiane negli eventi all’estero. Ora, se ho ben capito la sua domanda, lei chiede se si possa prefigurare una situazione intermedia dove le fiere fanno degli interventi all’estero, senza bisogno di fare uno show trade vero e proprio ma magari prendendo un’area in una fiera già esistente con l’idea di accompagnare le nostre aziende. Le rispondo che tra i due modelli esistenti, ce ne possono essere tanti altri, nel mezzo”.

Quest’anno la forza attrattiva di Coop sembra essere stata un po’ meno incisiva sugli espositori, naturalmente non dobbiamo dimenticare il contesto storico ed economico straordinario in cui stiamo vivendo.

“Coop Italia, normalmente, faceva sempre un evento l’ultimo giorno di fiera, un incontro con i propri fornitori. Quest’anno non lo hanno organizzato. Fanno un qualcosa come Coop Alleanza 3.0”.

Cosa significa? un aggiustamento del tiro?

“No. Penso che non avessero novità particolari da comunicare. Sono l’unica catena il che dimostra la propria diversità anche qui ma, a quanto mi risulta, non ha fatto la propria convenzione con i propri fornitori. Credo la farà l’anno prossimo”.

Mariangela Latella