AGRINSIEME, COSÌ NON VA. IL COORDINAMENTO È DEBOLE SE NON DIVENTA UNA FUSIONE

Per caso sono finito sul sito di Agrinsieme, il coordinamento delle aziende e delle cooperative di Cia, Confagricoltura, Copagri e Alleanza delle cooperative agroalimentari.

Nella prima pagina è scritto che rappresenta due terzi delle aziende agricole italiane, che la produzione e la superficie coltivata di queste aziende è pari al 60% di quella nazionale, che sono 800.000 le persone occupate nelle imprese rappresentate. Da subito mi pare che il coordinamento dimentichi qualcosa, perché non cita le quasi 5000 cooperative, con oltre 90.000 addetti e un fatturato di circa 35 miliardi di euro. Dati dell’ultimo Rapporto 2017 dell’Osservatorio della Cooperazione Agricola, morto appena il Ministero ha cessato di finanziarlo, perché l’Alleanza delle Cooperative Italiane – Settore Agroalimentare (anche questa nata come coordinamento tra AGCI, Confcooperative, Legacoop) non ha trovato le risorse per continuare la serie dei rapporti che davano anno per anno lo stato di sviluppo di uno degli strumenti principali dell’organizzazione dell’offerta agricola. Offerta che non viene solo dalle aziende di Cia, Confagricoltura e Copagri, ma anche di Coldiretti. Ed è proprio sulla forza, sulla potenza, sulla presenza in ogni dove di Coldiretti a confronto dell’assenza di Agrinsieme, che riunisce secondo i dati del sito gran parte dell’agricoltura italiana, che sorge spontaneo domandarsi, perché?

Provo a dare una risposta, ma temo che resteranno molti punti di domanda. Prima di tutto la debolezza di Agrinsieme e anche dell’Alleanza delle Cooperative Italiane sta nella forma di aggregazione scelta: il coordinamento. Certamente concordo sul fatto che la storia di organizzazioni nate su una base ideologica, o meglio per un legame forte con i partiti della prima repubblica (salvo Capagri) di cui erano diventate cinghie di trasmissione verso i rispettivi gruppi sociali, rende difficile il passo verso la fusione. Ma nell’attuale società, dove tutte le ideologie sono in crisi, dove gli stessi partiti sono in profonda crisi, il passato non può essere più un ostacolo per andare oltre il coordinamento. Quello che resta difficile da superare è “l’organizzazione” perché, quando una forma societaria raggiunge una sua struttura formata da organi, da personale dipendente, da beni disponibili e una sua immagine verso l’esterno, raggiunge un proprio stato vitale che la fa reagire contro tutto ciò che la può indebolire e, peggio ancora, portarla alla morte. Il coordinamento non impedisce la competizione tra le organizzazioni che vi partecipano, perché ogni organizzazione vuole restare forte, per cui serve solo per coordinare, appunto, iniziative che possono essere condivise, ma questa è certamente una ragione della sua debolezza, che deriva anche dalla principale motivazione per cui il coordinamento è nato – la contrapposizione a Coldiretti – ma ogni legame è debole quando è fatto contro qualche cosa e non per le vere ragioni che uniscono.

Se è vero quello che ho scritto circa il ruolo di cinghia di trasmissione che svolgevano le organizzazioni professioni, come i sindacati dei lavoratori, è possibile pensare che allora la forza di ciascuna organizzazione professionale derivasse anche dalla forza dei partiti a cui erano legate. La Confagricoltura era certamente più forte quando al governo c’era il Partito Liberale e poi la DC, come la CIA o la Lega delle Cooperative erano più forti quando avevano il PCI che le sentiva e le proteggeva. E’ evidente che oggi lo sfarinamento dei partiti storici, la crisi della loro struttura territoriale, la nascita di partiti nuovi, la netta prevalenza dei leader, la dialettica politica trasformata in campagne elettorali continue hanno mutato la direzione del rapporto di forza: oggi è l’organizzazione professionale o il sindacato che può essere forte nei confronti dei partiti per la dote di voti di cui è portatore. In questo caso, non conta “il coordinamento”, ma il peso in termini di voti di cui la singola organizzazione professionale o il sindacato può essere portatore e, in questo caso, Coldiretti vince nettamente su Agrinsieme, soprattutto dopo l’intelligente mossa che l’ha portata ad essere un movimento che ha una forte influenza anche sui consumatori, che sono certamente molti di più dei “contadini” e ora anche dei “non contadini” soci.

Da parte di qualche autorevole rappresentante delle organizzazioni che fanno parte di Agrinsieme, mi è stato detto che la forza della Coldiretti deriva anche dall’ampia disponibilità di mezzi finanziari, di cui non si spiegava la provenienza. Qui sono proprio impreparato, ma credo che tutte le iniziative di Coldiretti, da Campagna Amica a Filiera Italia, per arrivare ai legami sempre più stretti con Bonifiche Ferraresi spa e all’intreccio di partecipazioni con SIS, con Cassa depositi e prestiti (CDP), con ISMEA, ecc. non siano del tutto neutrali. Chi mi legge su “Il Corriere Ortofrutticolo” sa che sui legami tra Coldiretti e Bonifiche Ferraresi spa ho avanzato tante domande. Temo che anche l’ultima iniziativa di Bonifiche Ferraresi spa di dar vita a un Fondo di investimento – che, secondo me, potrebbe avere successo, ma di cui si sa ancora molto poco – possa contribuire a distrarre l’attenzione di Coldiretti, o almeno dei suoi vertici, dall’agricoltura verso la finanza.

Non c’è niente da dire, la Coldiretti è brava e ha capito prima degli altri verso che direzione muoversi. Vediamo se anche Agrinsieme si darà una mossa.

Corrado Giacomini

economista agrario