L’INCHIESTA SUL “SAPORE AMARO DEL KIWI” A LATINA METTE IN CRISI IL SISTEMA DI CERTIFICAZIONE

Il sistema ortofrutticolo si basa sulla indissolubile connessione delle attività di produzione agricola, di condizionamento e di distribuzione di prodotti per la fase finale del consumo.

Nell’ambito della filiera tutte le imprese devono sottostare a una articolata serie di norme e di procedure imposte dall’Unione Europea per contribuire a garantire la sicurezza alimentare. Una complessa disciplina delinea i profili di responsabilità di ciascun operatore, in ordine alla qualità igienico sanitaria dei prodotti destinati al consumatore. Alle norme cogenti si associano norme tecniche volontarie (ISO) e standard di qualità privati. Questi ultimi, in genere, sono richiesti dalla GDO e DO per accreditare i fornitori, tutelare e valorizzare i prodotti con il proprio marchio e ridurre i rischi legati alla sicurezza alimentare. A ciò consegue che la certificazione di qualità, ancorché volontaria, diviene una prescrizione necessaria, pena l’esclusione dal mercato.
In questo contesto l’apparato dei controlli oltre a essere affidato a quello ufficiale delle autorità competenti è assegnato agli stessi operatori o a enti terzi certificati. In quest’ultimo ambito si è soliti distinguere tra audit di prima, seconda e terza parte, cioè rispettivamente se effettuati dalla stessa azienda, dal cliente o da un organismo di certificazione indipendente e accreditato
Il recente scandalo denunciato da IrpiMedia nell’articolo “Il sapore amaro del kiwi” sullo sfruttamento di lavoratori indiani, occupati nella raccolta dei kiwi nella zona di Latina, pare mettere in crisi il sistema privato innanzi evidenziato. IrpiMedia è una testata indipendente e non profit di giornalismo investigativo transnazionale che si occupa di temi che toccano il mondo del crimine organizzato, della corruzione, dell’ambiente, della sorveglianza, delle migrazioni e del sistema giudiziario.
Un’inchiesta di quattro giornaliste, realizzata con oltre cinquanta interviste, effettuate tra maggio e dicembre 2022 a lavoratori, sindacalisti, ricercatori, famiglie indiane e intermediari, ha evidenziato che, nella raccolta del kiwi in provincia di Latina, è impiegata in condizioni di sfruttamento o di irregolarità una percentuale significativa di indiani provenienti dal Punjab, di religione sikh. Stando ai dati Inps, rilevati nell’articolo, i braccianti indiani impiegati nella provincia di Latina sono quasi 9.500, con più di un milione di giornate registrate nei contratti a tempo determinato. A questo dato si affianca quello fornito da Marco Omizzolo, docente di Sociopolitologia delle migrazioni all’Università La Sapienza di Roma (sotto protezione a causa delle minacce ricevute per il suo impegno di contrasto al caporalato nell’Agro Pontino) che calcola in circa 30 mila le persone appartenenti alla comunità sikh nell’area. “Tra queste rientrano i senza permesso di soggiorno, i residenti in altre province e quanti, arrivati di recente, sfuggono ancora alle statistiche”. Buona parte di questi lavoratori, dal tenore dell’articolo, risulta sfruttata o sottopagata. Quanto segnalato è tanto più grave in ragione del fatto che alcune aziende agricole coinvolte risultano certificate, per aver adottato un sistema di gestione per la responsabilità sociale d’impresa, e sono registrate a una delle principali organizzazioni di commercio etico focalizzata al miglioramento delle condizioni di lavoro nelle catene di approvvigionamento globali.
La professionalità delle giornaliste che hanno effettuato l’inchiesta, le interviste raccolte da sindacalisti impegnati in quel contesto e i resoconti dei lavoratori rendono particolarmente serie e meritevoli di verifica severa le denunce effettuate.
Le gravi violazioni segnalate, in ogni caso, non vanno generalizzate. Nell’articolo viene, infatti, anche riportato che i sindacati hanno evidenziato che “la provincia di Latina ha tante aziende virtuose capaci di valorizzare i propri lavoratori”, ligie alle norme ed esenti da segnalazioni per sfruttamento, con particolare riferimento a quelle aderenti alla Rete del lavoro agricolo di qualità (tavolo aperto all’interno del progetto Laborat della Fislas, l’ente bilaterale che riunisce Confagricoltura, Coldiretti, Cia, Fai Cisl, Flai Cgil e Uila Uil).
Viene, però, in evidenza il nodo della questione degli schemi di gestione privati. I sistemi di certificazione richiesti dalla GDO/DO, il cui costo per il mantenimento del sistema e per le certificazioni stesse è a carico dei fornitori, possono avere una loro validità solo se i soggetti coinvolti osservano con rigorosa serietà le proprie consegne. In caso contrario, il danno è enorme per le imprese, in buona fede, che hanno fatto affidamento sui controlli e che si trovano esposte a rischi non trascurabili; per le aziende che sostengono i costi di un sistema che non dà il necessario affidamento; per le imprese concorrenti che hanno sostenuto maggiori costi per rispettare la legalità e hanno subito una concorrenza sleale; per il consumatore che ha comprato una cosa che non aveva i requisiti promessi e per l’intero sistema produttivo italiano la cui immagine risulta compromessa.

Gualtiero Roveda

avvocato, giornalista pubblicista

 

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