COSA RESTERÀ DELLA FRUIT VALLEY ROMAGNOLA?

Acqua, dalla siccità all’alluvione catastrofica. L’acqua che manca diventa l’acqua-killer di territori, città, persone e distretti produttivi.

La Romagna (dall’Appennino alla Bassa) e in parte l’Emilia sono in questi giorni lo scenario di una tragedia epocale che colpisce al cuore anche l’economia dell’ortofrutta nelle sue varie articolazioni: aziende produttive, consorzi e strutture cooperative di lavorazione, logistica e servizi, tecnologie, macchine e imballaggi. Il tutto alla vigilia della campagna estiva, e sono in molti a chiedersi cosa resterà delle produzioni primavera-estate di fragole, albicocche, susine, pesche e nettarine essendo la Romagna uno dei primi distretti produttivi del Paese con tutto l’indotto a valle e a monte (vivai, sementi). Forse la campagna estiva 2023 va considerata fin da ora quasi azzerata per la Romagna. Adesso comunque è il momento di governare l’emergenza, assistere le popolazioni colpite, contare le vittime e i dispersi, ricostruire il tessuto civile e produttivo delle aree devastate dall’alluvione. Regione e Protezione civile sono al lavoro, assieme ai sindaci, ai Vigili del fuoco, all’esercito, ai Carabinieri e Guardia di finanza, alla polizia locale, ai parroci e a migliaia di volontari. L’Emilia Romagna non è seconda a nessuno nel rimboccarsi le maniche, nella volontà di non piegarsi agli eventi, nella volontà di ricostruire senza perdere tempo, nella solidarietà verso chi ha perso tutto. Il  governo è subito intervenuto con dotazioni importanti di fondi che saranno certamente adeguati in un Decreto Legge di prossima emanazione, nella consapevolezza che gli strumenti ordinari di intervento non sono sufficienti per ripristinare le strutture civili e produttive. Qui si parla di danni per miliardi, si dovrà ricorrere a capitoli di bilancio nazionali e (forse) comunitari. Intanto il governo ha annunciato la sospensione di tutte le scadenze di ordine tributario, previdenziale e creditizio (fino a quando?).

Il disastro ha colpito un territorio abbastanza curato e manutenuto, dove il rischio idrogeologico è meno alto che in altre aree del Paese. Comunque se nel giro di 15 giorni arrivano due eventi di pioggia estrema, in cui è caduta circa la metà della pioggia che dovrebbe cadere in un anno,  “dopo due anni di siccità, un ciclone sub-tropicale a gennaio, letali gelate tardive ad aprile… il primo che mi dice che in fondo è tutto normale e che siamo i soliti catastrofisti da strapazzo finisce appeso al muro”, scrive con efficacia su facebook il meteorologo Pierluigi Randi. Quindi siamo di fronte ad eventi eccezionali legati al cambiamento climatico che va combattuto in primo luogo con investimenti importanti nella tutela del territorio, per minimizzare quello che viene chiamato “rischio idrogeologico”. Senza tutela dei territori da frane in montagna e allagamenti in pianura non c’è sviluppo economico e neppure vita civile. L’emergenza è nazionale e sarà il caso di tirare fuori dal cassetto quella struttura chiamata “Italia Sicura” introdotta dal governo Renzi e abolita dal governo Conte 1,  che mappava tutte le aree a rischio in Italia e avviava i cantieri potendo contare su una dotazione di 8 miliardi (in gran parte non spesi).

Va notato, così en passant, che di tutta l’acqua caduta qui a maggio non è rimasta una goccia negli invasi che non ci sono. E che, archiviata l’alluvione, rischiamo di trovarci coi danni e la beffa del ritorno della siccità e della penuria d’acqua.

Lorenzo Frassoldati

direttore del Corriere Ortofrutticolo

l.frassoldati@alice.it  

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