“Che cosa è cambiato in questi nove anni? Con la nostra azione abbiamo sicuramente ridotto la spreco di frutta e verdura ma, soprattutto, abbiamo accesso una scintilla che ha permesso un cambio culturale nei consumatori e anche nei dettaglianti: i prodotti “brutti” non solo si possono mangiare ma sono anche buoni”.
Paolo Hutter, giornalista e padre del portale “Eco dalle città”, che promuove azioni e informazioni ambientaliste, racconta i risultati di un progetto nato alla fine del 2016 e che coinvolge giovani stranieri richiedenti asilo, che coniuga ambiente e inclusione sociale e che ha cambiato radicalmente la gestione dei rifiuti del mercato all’aperto più grande d’Europa, Porta Palazzo, in piazza della Repubblica a Torino. Ma ha anche modificato, almeno in parte, il lavoro dei fruttivendoli. “All’inizio – racconta Martina Ciafardoni che coordina sul campo il progetto – abbiamo lavorato sulla raccolta differenziata e ci siamo accorti che gli ambulanti scartavano una quantità incredibile di frutta e verdura. Così è nata l’idea della redistribuzione”.
Nel 2016 la raccolta indifferenziata dell’organico era al 40% mentre “alla fine del 2024 è arrivata al 91%. Noi – prosegue Martina – distribuiamo ogni giorno 150/200 chili di frutta e verdura che raddoppiano il sabato, quando il mercato è aperto fino al tardo pomeriggio. A volte arriviamo a picchi di 600 chili”.

Numeri importanti, tanto che il progetto è diventato un modello virtuoso replicato non solo in altri sei mercati rionali del capoluogo del Piemonte, e in quello all’ingrosso alle porte della città, ma anche a Milano e Roma. Ancora Hutter: “Ci sono meno eccedenze e meno scarti perché nel corso degli anni gli ambulanti hanno iniziato a vendere ad un prezzo ribassato la frutta e verdura che prima era considerata brutta. Io giudico positivamente questa tendenza”. Dal suo punto di vista, infatti, “domanda e offerta non coincideranno mai anche se il mercato dovesse essere regolato da un programma scritto dall’intelligenza artificiale; dunque, c’è spazio per lavoro dedicato alla gestione delle eccedenze”.
Questo, però, è il futuro. Il presente? Sono le due del pomeriggio quando, in questo caldo luglio torinese, gli “ecomori”, iniziano ad allestire la bancarella dove distribuiranno, a tutte le persone che ne faranno richiesta, la frutta e la verdura che hanno recuperato porta a porta dai banchi degli ambulanti. Perché “ecomori”? Perché la maggior parte delle Sentinelle dei rifiuti, una quindicina, arrivano dall’Africa e sono richiedenti asilo. L’acronimo nasce accostando il prefisso “eco” di ecologico con “moru”, ovvero il modo che storicamente hanno usato i piemontesi per indicare l’immigrato dalla pelle scura ed è servito per richiamare l’attenzione dei media su un progetto di “integrazione allora inedito a livello nazionale”, spiega ancora Hutter.

Già, perché sono proprio i richiedenti asilo – che indossano una t-shirt rossa con la doppia scritta “sono tutti frutti vostri” e sul retro, “sentinelle del cibo” – il motore di un progetto voluto dal comune di Torino – in collaborazione con l’azienda raccolta rifiuti e Novamont. Ancora Hutter: “Qui c’è sicuramente un lavoro di pulizia, decoro e integrazione, ma c’è anche molto di più perché ciò che stiamo facendo è parte di quell’economia circolare che può rilanciare una società in difficoltà”.
Intanto, però, è arrivata l’ora di regalare la frutta e la verdura. Sono le 14,30 quando alla bancarella delle Sentinelle parte la distribuzione gratuita di meloni, banane, cetrioli, pomodori, zucchine, melanzane e di una gigantesca anguria. “Ogni giorno, in media – racconta Martina – regaliamo il cibo ad una quarantina di persone di tutte le nazionalità, un numero che raddoppia il sabato. Che cosa è cambiato in questi anni? Sono aumentati gli studenti e le persone anziane”.
Maurizio Tropeano



