AGRICOLTURA, BILANCIO IN PROFONDO ROSSO (DICE IL CREA). CADONO PRODUTTIVITÀ, INVESTIMENTI, SPESA PUBBLICA

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di Lorenzo Frassoldati

Nonostante le tante, troppe chiacchiere sulle ‘eccellenze’ della nostra agricoltura, numeri alla mano si scopre che la situazione del nostro settore primario (non dell’agroalimentare complessivo, comprensivo della trasformazione industriale) non è affatto rosea. Ortofrutta in primis. Non lo dico io, lo dice il Crea che per bocca del suo direttore Stefano Vaccari (su Agrisole.it) scrive: “Il 2023 si conclude con stime produttive non soddisfacenti per numerosi comparti agricoli. Dopo la campagna 2022, una delle peggiori degli ultimi venti anni sotto il profilo produttivo, ci si aspettava un rimbalzo delle quantità prodotte che invece non c’è stato. Anzi, per alcuni comparti la crisi è proseguita”. Tanti i settori che presentano bilancio col segno meno: vino, cereali, olio d’oliva, per non parlare della frutta.

“Sembra dunque proseguire il trend produttivo negativo del 2022”, continua Vaccari. “L’andamento produttivo negativo del settore primario è evidente da alcuni anni”. I quantitativi prodotti (escluse la zootecnia e i trasformati come vino e olio) sono scesi da 301 milioni di tonnellate del triennio 2000-2002 , ai 278 milioni del triennio 2010-2021 ai 273 milioni del triennio 2020-2022. “In sintesi, stiamo producendo mediamente il 10 per cento in meno di quello che producevamo venti anni fa, con buona pace di progresso tecnologico e sostegno pubblico al settore”. “Le riduzioni produttive hanno investito in misura differente i comparti agricoli… Sempre in venti anni, abbiamo perso il 20% della produzione di uva da tavola, il 30% di pesche e il 50% di pere. Solo per le mele assistiamo ad un leggero incremento (3%) in venti anni. Anche per le ortive l’andamento è in larga parte negativo: nell’ultimo triennio 2020-2022 abbiamo prodotto 290mila tonnellate in meno di pomodoro e 578mila di patate in meno rispetto al triennio 2000-2002. Produciamo molte meno carote, melanzane e cipolle di quelle che producevamo venti anni fa. Nel comparto delle ortive crescite significative si sono riscontrate in pratica solamente per le produzioni di cavoli e zucchine”.

“Anche la produttività del settore, intesa come valore aggiunto ai prezzi di base per ora lavorata, è crollata negli ultimi anni – nel 2021 essa era inferiore di 10 punti rispetto al 2015 – mentre è aumentata in tutti gli altri settori dell’economia. Sotto il profilo economico la crisi produttiva italiana è stata sinora attutita dallo straordinario incremento avuto dalle attività connesse in agricoltura, oltre 12,5 miliardi di euro nel 2022 contro i 6,9 miliardi del 2005, il cui peso nel valore dell’agricoltura italiana è ormai prossimo al 20%. Quasi un quinto del valore della produzione agricola italiana oggi viene dai servizi resi dalle imprese agricole, frutto della legge di orientamento del 2001, e non più dalle coltivazioni o dagli allevamenti”.

Il direttore Crea prosegue: “La crisi produttiva dell’agricoltura italiana è particolarmente preoccupante perché si sta riducendo il potere contrattuale delle imprese agricole in favore di altri comparti, industriale e Grande distribuzione in primis. Produrre di più è dunque indispensabile ma le strategie europee e nazionali sinora attuate non hanno supportato a sufficienza tale obiettivo. A livello europeo l’attuazione di Farm to Fork e i conseguenti regolamenti della Politica agricola comune produrranno inevitabilmente un calo produttivo: ridurre del 50% fitofarmaci e concimi e portare al 25% la superficie Bio in Italia porterà, nella migliore e più rosea delle prospettive, ad un mantenimento degli attuali, insoddisfacenti volumi produttivi”.

In calo anche il sostegno pubblico all’agricoltura: la banca dati Crea segnala che nel 2000 la spesa pubblica ammontava in valori correnti a 15,6 miliardi di euro contro gli 11,8 miliardi del 2022. “In termini reali – commenta Vaccari – stiamo parlando di un più che dimezzamento del sostegno pubblico!” . Poi c’è il PNRR che in agricoltura non ha ancora fatto sentire effetti “dal momento che la spesa reale – intesa in termini di pagamenti ai beneficiari – alla fine del 2022 era ancora inferiore all’1% degli stanziamenti”.

In calo anche i crediti bancari al settore primario scesi dai 44,3 miliardi del 2015 ai 40,4 miliardi del 2022; mentre al contrario i prestiti all’industria alimentare continuano a crescere (da 31,4 miliardi del 2015 a 33,7 miliardi del 2022, con un’ulteriore crescita nel 1 trimestre 2023 (Fonte Crea) .

Anche la spesa a livello regionale va a picco: dal 2020 al 2022 è passata da circa 4 miliardi a 1,73 miliardi di euro e numerose regioni, in sede di scelta degli interventi da finanziare con le risorse UE del II pilastro della PAC, “hanno privilegiato facili scelte come indennità e premi produttivi rispetto alle misure per investimenti aziendali”.

Conclusione (sempre del Crea su Agrisole): “La crisi produttiva agricola italiana mostra dunque un trend consolidato: il cambiamento climatico è certamente un fattore di incidenza, ma non l’unico. Molto si può ancora fare in termini di incentivazione dell’imprenditoria agricola per tornare almeno ai livelli produttivi di venti anni fa”.

I dati parlano da soli: bisogna tornare a produrre, nonostante l’ideologismo ambientalista che soffia in Europa, perché le quantità contano, oltre che – beninteso – la qualità. Bisogna uscire dalla logica “sovvenzioni-detassazioni” e aiuti a pioggia, per tornare ad aiutare le imprese ad investire in innovazione e tecnologie sostenibili. Bisogna rimettere in rete la ricerca pubblica  con le necessità di crescita delle imprese e dei territori. Bisogna smettere di considerare le imprese agricole come nemici dell’ambiente, inquinatori , truffatori, operatori di illegalità e lavoro nero. Bisogna far capire all’opinione pubblica che per ogni impresa agricola italiana che chiude, ne apre una nel secondo o terzo mondo che produrrà  fregandosene di tutte le ‘sostenibilità’ (sociale, ambientale ecc) che per noi sono vangelo.  Bisogna dire  STOP (fin dalle prossime elezioni europee) all’Europa dei divieti, della burocrazia asfissiante, dei regolamenti   vessatori. L’Europa deve far crescere le imprese, non farle chiudere. La mobilitazione tedesca , olandese, francese sta facendo capire che la misura è colma . L’Italia  quanto resterà a guardare?

* direttore Corriere Ortofrutticolo

l.frassoldati@alice.it

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