GUERRA PEGGIO DEL COVID: FIDUCIA AI MINIMI STORICI E PRIME CHIUSURE, MA REAGIRE SI PUÒ

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Vola l‘inflazione, frenano i consumi interni, arretra l’export ortofrutticolo, crolla la fiducia di imprese e produttori mentre nei campi i cereali, diventata merce rara a causa della guerra e di speculazioni, stanno prendendo sempre più spesso il posto degli ortaggi. Sullo sfondo il rischio, ahinoi concreto, di una crisi alimentare epocale che potrebbe stravolgere il mercato e l’economia. Un incubo? No, la dura realtà in cui (anche) il settore ortofrutticolo deve dibattersi in queste settimane. Senza aver trovato, almeno per il momento, le opportune contromisure.

L’aria che tira non è affatto buona e un‘indagine ISMEA diffusa giovedì 9 giugno fotografa in modo perentorio il pessimismo dilagante: “Il caro materie prime ed energia deprime la fiducia delle imprese del settore agroalimentare italiane e fa crollare le aspettative soprattutto nel comparto primario, dove l’indicatore che misura il sentiment delle aziende è sceso addirittura sotto i livelli dei primi due trimestri del 2020, corrispondenti all’esordio del Covid e alla fase più acuta dell’emergenza pandemica”.

C’è paura del presente, paura del futuro. Non potrebbe essere altrimenti, visto il mix di notizie negative che piovono quotidianamente sul capo degli italiani e di chi opera in questo settore. Fa tremare i polsi la dichiarazione della FAO secondo cui è “imminente una crisi alimentare diffusa” con la fame che “minaccia la stabilità in dozzine di Paesi”: le condizioni vengono definite “molto peggiori rispetto alla primavera araba del 2011 e alla crisi dei prezzi alimentari del 2007-2008, quando 48 Paesi sono stati scossi da disordini politici, rivolte e proteste”.

Il picco dei prezzi del cibo, del carburante e delle bollette destano giustificati timori anche nei Paesi più sviluppati, Italia compresa. I rincari hanno iniziato a trovare sfogo (e non poteva essere altrimenti) nei listini della GDO. Mentre i margini dei produttori, storicamente bassi, restano ancorati, con le dovute eccezioni, a valori da fame.

Il settore ortofrutticolo, rispetto a molti altri ambiti dell’economia, se la passa meglio. Ma tra costi alle stelle, carenza di manodopera, storture di filiera, problemi logistici e conti che non tornano, c’è il rischio di una Caporetto per molte aziende. Nella IV Gamma, ad esempio, la selezione è iniziata: a fine maggio ha chiuso i battenti lo stabilimento italiano di Foodiverse, gruppo spagnolo con giro d’affari da 327 milioni di euro che dal 2019 gestiva l’impianto di Novanatura a Casaleggio (Novara). C’è chi prevede un 20% di chiusure entro l’anno.
A beneficio di chi? Grandi gruppi pronti a fare “shopping”, magari stranieri?

Il forte scossone che produrrà questa straordinaria fase epocale potrebbe disarcionare o insegnare a restare più saldamente in sella. Aggregazioni, organizzazione, innovazione, suonano sempre più come parole chiave per resistere e, magari, crescere. Perché a ogni crisi c’è sempre chi crea i presupposti per un grande futuro. A patto di gestire e non subire la situazione, a patto di guardare oltre il proprio steccato. A patto, anche, che vengano finalmente aperti nuovi mercati dove esportare: una necessità ora impellente a causa delle ripercussioni del conflitto sui mercati dell’Est Europa, e non solo.

Certo, si può sperare in qualche sostegno pubblico, in qualche rivolo dai fondi del PNRR. Ma serve un cambio di passo, urge puntare su modelli virtuosi per costruire un gioco di squadra di cui oggi come non mai l’ortofrutta, e il sistema Paese, hanno bisogno.

Mirko Aldinucci
m.aldinucci@corriere.ducawebdesign.it

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