LE DEFICIENZE STRUTTURALI DELLA NOSTRA OFFERTA DI ORTOFRUTTA E NUOVI COMPETITOR MINACCIANO I RECORD DELL’EXPORT

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Mercoledì 18 maggio ho seguito presso il Campus dell’Università di Parma la “lezione” di Marco Salvi, Presidente di Fruitimprese, invitato dal Prof. Davide Menozzi, titolare dell’insegnamento di Economia Agroalimentare presso il Dipartimento di Scienze alimentari e del farmaco dell’Ateneo.

Il tema dell’intervento era “L’export ortofrutticolo italiano, quali prospettive nell’attuale scenario economico internazionale”. Ai lettori di questo giornale non devo presentare Marco Salvi, ma confesso che, oltre la bravura nell’esposizione, mi ha colpito la competenza e la professionalità che emergeva dal suo intervento, un contributo importantissimo per dei giovani studenti che attendono di entrare nel mondo del lavoro. L’università dovrebbe organizzare più spesso questi incontri con manager e imprenditori, ovviamente del livello di Marco Salvi.
Entrando nel merito della “lezione”, nella prima parte sono stati descritti i flussi di import ed export di ortofrutta e nella seconda analizzati i rapporti con i competitor e l’andamento dei consumi. Nelle ultime settimane tutta la stampa di settore ha sottolineato il superamento del traguardo di 5 miliardi delle nostre esportazioni di ortofrutta. Certamente un successo, ma se si analizza l’andamento delle quantità esportate, sia della frutta fresca che dei legumi/ortaggi, si può notare che sono rimaste quasi invariate negli ultimi cinque anni e che l’import complessivo equivale pressoché all’export. Se poi andiamo ad analizzare i flussi, mentre le mele continuano a dare soddisfazione con export attorno al milione di tons e anche l’uva da tavola riesce a difendere le posizioni raggiunte, gli agrumi registrano una flessione, il kiwi, perde posizioni in quantità (negli ultimi cinque anni -60.000 tons), le pesche e le nettarine (-120.000 tons) e le pere (-60.000 tons, quasi il 40% in meno).
Altra nota dolente, le nostre esportazioni in quantità di legumi/ortaggi sono rimaste ferme attorno alle 900.000 tons, mentre le importazioni sono continuate ad aumentare (circa 1.300.000 tons), per fortuna che l’andamento dei prezzi ha quasi consentito di capovolgere il rapporto per cui il saldo resta positivo. Il “Corriere Ortofrutticolo” si rivolge ai professionisti dell’ortofrutta, per cui in base a questi dati si può dire che il superamento del traguardo dei 5 miliardi nelle nostre esportazioni di prodotti ortofrutticoli in realtà non significa un grande successo del nostro export, perché non abbiamo aumentato la nostra penetrazione sui mercati esteri, anzi per alcune nostre produzioni tipiche (kiwi, pesche e nettarine e pere) abbiamo registrato delle forti contrazioni. Certamente parte delle difficoltà del nostro export sono dovute alla caduta negli ultimi anni delle rese per le gelate e per gli attacchi, gravissimi su alcuni tipi di frutta, di nuovi fitofagi. Ha inciso negativamente anche la pandemia; tuttavia l’incremento dei consumi in casa avrebbe dovuto aumentare la spesa di ortofrutta, ma il vero problema è, come ha ben osservato Marco Salvi, che non sono state superate le deficienze strutturali della nostra offerta.
In sintesi: il frazionamento dell’offerta di fronte a una domanda della distribuzione moderna sempre più concentrata, praticamente nei principali mercati europei 4/5 aziende arrivano a controllare 80/90 % dell’offerta della GDO che veicola gran parte della domanda di ortofrutta, mentre la nostra concentrazione dell’offerta può al massimo contare su magazzini che solo in pochi casi hanno una capacità pari alla metà di quella dei commercianti spagnoli; le deficienze della logistica sia su strada che su ferro, che solo recentemente ha visto la nascita di grandi centri logistici; la mancanza di una adeguata ricerca che, puntando su nuove varietà, riesca a favorire la segmentazione della domanda; l’insufficiente supporto dello Stato per il superamento delle barrire sanitarie con gli Stati che potrebbero offrire nuovi sbocchi di mercato.
A questo si aggiunge, l’apparire sul mercato dell’offerta di nuovi Paesi, come la Grecia diventata un competitor per l’esportazione di kiwi. Il caso delle nostre mele, che riescono a difendersi con successo sui mercati esteri, è un esempio del superamento di questi limiti: oggi il consumatore non cerca più mele gialle, verdi o rosse, ma la sua domanda è sollecitata dalle tante varietà messe a disposizione, soprattutto dai club varietali. E la nostra offerta di mele è concentrata in tre grandi consorzi cooperativi del Trentino e dell’Alto Adige, che da soli trattano 2/3 del totale della produzione delle mele italiane, seguono magazzini di dimensioni e attrezzatura adeguate e una efficiente logistica. Purtroppo lo stesso non si è riusciti a fare nell’Emilia Romagna, malgrado l’80% sia concentrato in OP e in AOP; un esempio è il caso della pera, certamente massacrata negli ultimi anni da eventi metereologici e dalla cimice asiatica, ma che sta tentando di riunire tutte le forze della produzione in un unico consorzio, UNAPERA, per fermare la crisi e ridare prospettive di mercato a un frutto che nelle terre emiliano-romagnole ha la sua origine di eccellenza. Per le pesche e le nettarine, bisognerà tentare di recuperare gli errori del passato – a cui la GDO ha dato il suo contributo – migliorando la qualità del prodotto in esposizione al punto vendita. Marco Salvi, rivolgendosi alle istituzioni pubbliche, ha anche sottolineato la grave carenza di manodopera, soprattutto straniera, da impiegare in alcune fasi della produzione e nella raccolta di ortofrutta. Non è con la manodopera irregolare, costretta a vivere in condizioni umanamente inaccettabili, che si può dare risposta a questa carenza, ma cercando di regolare adeguatamente i flussi e prevedendo condizioni di accesso e di remunerazione che possano richiamare nuovamente la manodopera proveniente dai Paesi dell’Est, che ora trova condizioni migliori in altri Paesi della Comunità.
Non bisogna sottovalutare il successo delle nostre esportazioni di ortofrutta in valore nel 2021, ma certamente bisognerà cogliere le opportunità offerte dai fondi del PNRR per cercare di superare i limiti di carattere strutturale che ritardano il successo delle nostre esportazioni di ortofrutta, agendo sia sulle imprese che sulle infrastrutture pubbliche. Gli investimenti necessari non riguardano solo il settore ortofrutta, ma tutte le produzioni agroalimentari italiane.

Corrado Giacomini

economista agrario

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