QUALE FUTURO PER LE PERE DELL’EMILIA ROMAGNA? TEMPO SCADUTO E TROPPE OCCASIONI PERSE

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“La pericoltura è tra le migliori opportunità che si possono cogliere nell’ agroalimentare italiano”.

Questa affermazione sembrerebbe oggi del tutto fuori luogo, eppure non più tardi di 7-8 anni fa sintetizzava l’opinione diffusa di molti conoscitori del comparto, compreso distributori, operatori commerciali, come pure quella di parecchi produttori. La superficie coltivata a pero nel nostro Paese superava allora i 30.000 ettari, due terzi di questi concentrati nel quadrilatero Ferrara/Modena/Bologna e Ravenna, con una produzione media annuale superiore alle 700.000 tons e con un trend stabile per superficie e quantità. Da allora lo scenario è cambiato profondamente, fino ad arrivare ai giorni nostri, dove si moltiplicano dichiarazioni anche autorevoli, che mettono in serio dubbio la sopravvivenza del settore. Oltre alle mai risolte problematiche di tipo organizzativo/commerciale, si sono verificate nelle ultime quattro annate una sequenza di calamità che hanno compromesso irrimediabilmente ed in maniera diffusa i bilanci delle aziende produttrici. Alle produzioni dimezzate nel 2019, causa i danni provocati prevalentemente dalla cimice asiatica e dalla maculatura bruna, seguirono quelle nefaste del 2020 e soprattutto del 2021 caratterizzate da gelate tardive, abbinate al ripetersi di danni da cimici e funghi, fino ad arrivare a quest’ultima annata produttiva, dove le temperature estive estreme si sono manifestate negativamente, compromettendo il calibro dei frutti.
Un tale contesto produttivo, abbinato alle difficoltà determinate dall’attuale crisi economica, in primis l’incremento generalizzato dei costi, il calo dei consumi, le difficoltà nel reperire manodopera, diventa un mix perfetto in grado di azzerare qualsiasi settore, anche se storicamente radicato su un territorio e sul quale riesce ad esprimere competenze e livelli qualitativi riconosciuti a livello internazionale. Impossibile per chiunque immaginare se e quale futuro potrà esserci per il comparto pericolo italiano; sono altresì certo che questo non possa prescindere da alcune scelte difficili, forse dolorose, certo non rinviabili. Come sembra evidente, oggi la prima causa di sofferenza del settore è l’estrema variabilità dei volumi produttivi, determinata dal difficile adattamento della coltura ai cambiamenti climatici e dalla conseguente insorgenza di alcune patologie, insetti e funghi. Se per le gelate tardive, come per le grandinate, alcuni interventi a protezione delle coltivazioni si possono realizzare, impossibile sperare di combattere in maniera efficace insetti e funghi devastanti come cimice asiatica o maculatura bruna, dopo che seguendo una deriva demagogica e populista, finalizzata all’ottenimento di un disinformato consenso e non certo della sostenibilità, la politica ha deciso di dichiarare guerra alla chimica in agricoltura.
Dopo la drastica riduzione delle molecole chimiche utilizzabili avvenuta in questi ultimi anni, la UE si appresta a varare la direttiva Farm To Fork, che oltre ad una serie di richieste ed adempimenti demenziali indirizzati al mondo produttivo, include un’ulteriore riduzione del 62% dei prodotti fitosanitari, ovviamente senza neppure chiedersi quali alternative siano oggi disponibili e tantomeno quale possibile effetto si avrà dell’applicazione sulle produzione, sulle filiere e sull’approvvigionamento alimentare. Non hanno sortito ad oggi nessun ripensamento le ripetute segnalazioni di pericolo provenienti da più parti, sia dal mondo scientifico che tecnico (e troppo timidamente dalle rappresentanze agricole, queste ultime preoccupate più a non disturbare troppo i decisori politici che a difendere realmente i loro associati). Temo che, a tal riguardo, la debole iniziativa messa in campo in questi giorni da importanti players, con l’invio di una nota congiunta al MIPAAF, sia perlomeno tardiva. Altro tema dolente riguarda l’utilizzo generalizzato di materiale vegetale obsoleto e comunque non adeguato al veloce mutamento climatico. A tal riguardo risulta incomprensibile come ancora oggi non siano state sdoganate le grandissime potenzialità offerte dalle nuove frontiere del miglioramento genetico (NBT), le uniche in grado di dare risposte concrete alla vera sostenibilità, economica, ecologica e tecnica. Il contesto fin qui descritto sembrerebbe mettere in secondo piano le criticità di un settore che finora non è riuscito a rispondere concretamente alla necessità di regolamentare i rapporti lungo tutta la filiera, favorendo sì la nascita di OP attraverso il sistema OCM, ma poi non vincolando queste all’attuazione di politiche commerciali comuni, con l’unico risultato di rinunciare sia alla maggiore efficienza dei singoli operatori commerciali, ormai estinti, che ai veri vantaggi della concentrazione del prodotto. Con molte aspettative si è guardato alla nascita di OPERA, primo caso di vera aggregazione commerciale nel settore delle pere, con l’obiettivo ad oggi ampiamente mancato, di raggruppare in un unico soggetto perlomeno il 50% delle pere italiane, ritenuto dai costitutori il volume minimo necessario per rendere efficace l’iniziativa. E dallo scorso anno è stata annunciata un’ ulteriore iniziativa aggregativa, denominata UNAPERA e riguardate buona parte dei soggetti operanti nel settore riunitisi in AOP: al momento, ed al secondo anno dalla sua nascita, non sono pervenuti da quest’ultima tangibili segnali di vita.
Credo che oggi il tempo dei proclami sia ampiamente scaduto e non ci sia più spazio per proposte inattuabili o di facciata, come il riconoscimento dei costi di produzione, di minimi garantiti o di tavoli di confronto con la GDO (ma non era anche questo il compito delle OI ??). L’ amara sintesi sembrerebbe essere: la pericoltura è l’ennesima opportunità che il nostro Paese non ha saputo meritare!
Albano Bergami

produttore ferrarese, già presidente dei frutticoltori di Confagricoltura nazionale e dell’Emilia Romagna

 

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