IL SONDAGGIO SUL FUTURO CHE CI ASPETTA. INTERVIENE MARCO SALVI

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Dopo dieci puntate online dell’inchiesta sul futuro dell’ortofrutta italiana, realizzata dalla nostra redazione interpellando imprenditori e manager che dal 2012 al 2020 sono stati insigniti del riconoscimento di Protagonisti dell’Ortofrutta Italiana, riportiamo oggi, a conclusione, il parere del presidente di Fruitimprese, Marco Salvi (nella foto), che è stato Protagonista dell’Ortofrutta Italiana nel 2012.
Abbiamo raccolto anche la sua opinione sui freni che si frappongono allo sviluppo del settore, sulle opportunità da cogliere e sulle prospettive da qui a 5 anni. Le precedenti puntate sono andate online il 15, il 16, il 19, il 20, il 21, il 22, il 26, il 29, il 30 aprile e il 6 maggio. L’inchiesta completa – 65 interventi, l’analisi delle loro risposte, una conclusione ragionata – è pubblicata sull’Annuario 2021 di Protagonisti dell’Ortofrutta Italiana, in distribuzione.
Ma ecco Salvi.

I freni allo sviluppo

I costi, le barriere, la burocrazia. Sono questi i tre elementi che ci hanno principalmente frenato e ci stanno frenando. Tutte le analisi ci dicono che abbiamo costi di produzione decisamente superiori ai competitor, anche all’interno dell’Unione, a partire dal costo del lavoro. Quest’ultimo fattore ci vede particolarmente penalizzati, anche nel caso della manodopera straniera. In Germania e in Olanda, quindi stiamo parlando di Paesi con standard economici elevati, il costo di un lavoratore straniero è inferiore a quello che paghiamo noi; nello stesso tempo il lavoratore straniero guadagna di più e questo è possibile perché l’azienda, almeno per un certo periodo, paga zero di contributi. Ovvio che queste condizioni ci mettono in seria difficoltà e in una situazione di disparità rispetto agli stessi lavoratori che certamente preferiranno andare dove possono essere meglio retribuiti. Siamo un settore che fa ancora un largo utilizzo di manodopera, soprattutto per alcune colture come la fragola e i piccoli frutti; è quindi facile capire quanto sia serio questo problema.
Ho indicato come secondo fattore negativo le barriere fitosanitarie che ci impediscono di entrate in alcuni mercati. Anche in questo caso i competitor si muovono più speditamente e arrivare secondi in taluni Paesi di sbocco significa partire svantaggiati. Siamo un settore esportatore per vocazione, per antica tradizione: nel nuovo scenario internazionale abbiamo la necessità di muoverci più liberamente, soprattutto dopo la chiusura del grande mercato russo.
Per entrambi i fattori indicati è facile dare la colpa alla politica e alle istituzioni, poco presenti, poco attente alle necessità delle imprese del nostro settore. Ma qui dobbiamo fare un esame di coscienza e chiederci quali siano le responsabilità della burocrazia e quali quelle di un settore che fatica a rappresentare alla politica il proprio peso.

Le opportunità da cogliere

Oggi la grande opportunità è il Recovery Fund. Si tratta di impiegare bene le grandi risorse messe a disposizione del Paese e dei suoi settori economici, il nostro compreso. Il che significa indirizzare le risorse per superare i gap laddove siamo in ritardo: la logistica, la digitalizzazione, l’innovazione varietale in comparti dove eravamo leader e oggi ci troviamo ad inseguire. Sarebbe un peccato non cogliere fino in fondo questa grande occasione.

Le prospettive da qui a 5 anni

Inevitabilmente assisteremo ad un’ulteriore selezione a livello internazionale, con comparti nei quali perderemo a vantaggio dei Paesi concorrenti. Irrimediabilmente questa situazione ricadrà sulle imprese. Chi resterà competitiva sarà l’impresa che ha saputo integrarsi con altre, costituire joint venture, trovare alleanze forti. Il futuro dipenderà proprio dalla capacità di aggregazione, con imprese che finiranno per incorporarne altre. Un altro elemento che farà la differenza, oltre all’aspetto dimensionale, sarà certamente il grado di specializzazione dell’impresa e delle sue produzioni. Non va dimenticato un aspetto: siamo un settore che sa reagire, che sa lottare e trovare soluzioni, e nello stesso tempo che fornisce prodotti di prima necessità fondamentali per una corretta alimentazione, come ha largamente confermato anche la lunga fase pandemica. Siamo un settore strategico e attrattivo, come confermato dall’interesse del settore finanziario e in particolare di alcuni fondi di private equity verso alcune realtà aziendali, fenomeno non nuovo ma molto presente in Spagna e recentemente anche in Italia. Può essere anche questa un’opportunità nella direzione indicata di avere aziende più capitalizzate e messe in grado di fare un salto di qualità grazie ad investimenti che da sole non sarebbero in grado di fare. In questo senso, se bene canalizzato verso progetti di sviluppo coerenti con le vocazioni aziendali, l’interesse della finanza per il nostro settore può essere un fattore positivo. In taluni casi lo è stato in Spagna, non vedo perché non dovrebbe esserlo da noi.

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