UVA, LA SFIDA DEI NUOVI MERCATI: “PRIORITARIO APRIRE NUOVI SBOCCHI”

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In poco meno di dieci anni, dal 2007 al 2016, la produzione italiana di uva da tavola si è ridotta di un terzo vuoi per la riduzione delle rese degli impianti produttivi che soprattutto in Puglia, sono ormai vetusti, vuoi per la riduzione degli areali nel quadro di un contesto di riconversione produttiva (in Sicilia, ad esempio a favore di albicocche, pesche, limoni e melograno) che sta riguardando tutto il comparto produttivo nazionale a caccia di produzioni più remunerative.

Secondo i dati del Cso di Ferrara, presentati da Federico Passarelli nel convegno “L’uva da tavola e i prodotti deperibili di fronte alla sfida dell’internazionalizzazione” che si è tenuto a Bari nel corso dell’VIII Simposio internazionale sull’uva da tavola lo scorso venerdì, l’importante calo produttivo (-28%, da 1,4 milioni di tonnellate a 970mila) non ha toccato la posizione di leadership dell’Italia che rimane comunque il principale produttore europeo con una quota del 58% contro il 18% della Grecia e il 16% della Spagna.

“Il contesto odierno – precisa Passarelli – è caratterizzato da un consumo domestico in calo che ha determinato una lenta ma progressiva flessione del settore aggravata anche dall’embargo russo. Questi due elementi rendono prioritaria l’apertura di nuovi sbocchi di mercato ma il processo non è agevole anche a causa dell’esistenza di barriere di tipo fitosanitario che ci precludono l’ingresso nei principali Paesi consumatori come, ad esempio la Cina, il Messico o l’Indonesia. In quest’ultimo Paese, in particolare, l’export è letteralmente precipitato a partire dal 2011 quando importavamo quasi 60mila tonnellate per arrivare a poco più di 37mila nel 2012, proprio a causa dell’introduzione di nuove barriere non tariffarie”.

Guardando alle altre mete extra europee, secondo il dati forniti dal Cso, se negli Stati Uniti e in Canada l’export è rimasto sostanzialmente stabile, si registra una vera e proprio impennata, negli ultimi anni, negli Emirati Arabi Uniti (+174% passando dalle 18.366 tonnellate del 2004 alle oltre 50mila del 2013) e in Giordania, mercato appena aperto, dove tra il 2013 e il 2016 l’export è cresciuto di quasi il 2000% (da 50 tonnellate a oltre mille).

“L’uva da tavola – chiarisce Passarelli – è una referenza strategica per il nostro Paese. Mettendola in comparazione con le principali referenze ortofrutticole, è il secondo prodotto esportato tra il 2007 e il 2016 dopo le mele, rispetto alle quali ha un distacco significativo. Mentre in confronto al kiwi, altra grande produzione italiana, ha dei volumi di export nettamente superiori”.

La principale destinazione della nostra uva da tavola rimane l’Europa e in particolare la Francia dove tra il 2013 e il 2016 si è registrato un incremento dell’export anche in funzione della crescente remuneratività di questo mercato che ha determinato un incremento del fatturato del 29% passando da circa 162 milioni di euro a quasi 210 milioni. Un trend di crescita che è praticamente doppio rispetto a quello dei volumi: +15% ossia da circa 155mila tonnellate a 133mila.

Interessanti performance si registrano anche in Romania e Ungheria dove, a fronte di un aumento dei volumi esportati, rispettivamente del 12 e 61%, il fatturato è praticamene raddoppiato (94,7% e 89%).

Mariangela Latella

Bari

 

Nella foto, a destra Federico Passarelli (cso), assieme a Luca Lanini

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